MUSICA JAZZ (mar 2006)
“Un riuscito tentativo di dare un senso a voci patologiche, schizoidi,
che si calibrano e bilanciano con una visione parallela, rappresentata
con piglio cinico e ironia tagliente. Nel disegno predisposto da Cusa
si ascoltano serial killer (interpretati da attori dai nomi assai fittizi)
che fomentano la propria follia leggendo Il giovane Holden e l’autobiografia
di Frank Zappa. La musica parrebbe perfetta per accompagnare lo stile
narrativo dello scrittore afroamericano Ishmael Reed, per l’inventiva,
la facilità di trasporre il noir sfumandolo neel grottesco, la
capacità letteraria. Se la progettualità non manca mai nelle
incisioni del batterista, la musica dei suoi Skrunch deve in qualche modo
affiancare queste forti idee trasversali.
Ben vengano le trovate personali (compresa la segreteria del serial killer
come ghost track) ma alla fine rimane la musica e Cusa ha riunito esecutori
in grado di tradurre bene le sue idee: in particolare Sorge conferma qualità
spiccate di solista verace e Cattano ostenta un trombone virtuosistico
e inventivo. Entrambi aggiungono qualcosa di proprio e profondo alla riuscita
del leader, donando sottigliezze a momenti anche piuttosto aspri.
Federico Scoppio
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IL MANIFESTO (gen 2006)
FRANCESCO CUSA «SKRUNCH»
PSICOPATOLOGIA DEL SERIAL KILLER (Improvvisatore involontario/Wide)
Batterista anti-virtuoso e compositore votato al minimelodramma anti-ottocentesco
o, se vogliamo, a una variante attuale del concept album, Cusa riunisce
qui intorno al suo strumento e alle sue idee musical-teatrali-letterarie
un quintetto con sax tenore, trombone, chitarra e chitarra baritono. Aggiunge
quattro voci di attori incaricati di creare a sprazzi un’atmosfera
horror o di suspence. Perché si parla (si suona) di serial killer.
Il gioco funziona quando le virtù compositive di Cusa, che sono
notevoli e si nutrono del jazz dal dopoguerra in poi (con un debole per
il free) e di rock «zappiano», sono poste in primo piano per
privilegiare la musica, anche se i bravissimi musicisti del gruppo sono
troppo spesso tenuti a freno nel corso di lunghi unisoni scritti, peraltro
ben fatti. (m.ga.)
INFRATUNES.COM
Membre du furieux trio Switters, le batteur Francesco Cusa
n’a pas le temps de retrouver son souffle qu’il s’engouffre
en quintette dans l’interprétation de ses propres compositions.
Passer de 3 à 5 ne lui suffisant pas, le voici convoquant 4 acteurs
à l’élaboration d’un concept album sombre et
dérangé : Psicopatologia del serial killer.
Là, au-delà de la noirceur du thème, on impose un
jazz hardcore convaincant, servi par les basses de guitares, trombone
et saxophone ténor, dont se sont emparés des musiciens psychorigides.
Les interventions saccadées accélèrent sans cesse
le rythme virulent installé par le batteur, rappelant ici la musique
du Gorge Trio (Blatta) ou là la chaleur plus rassurante d’une
phrase appuyée de Ken Vandermark (Nonsense).
Telle ambiance délictueuse accueille la voix perdue d’une
jeune femme, telle autre le râle des agresseurs. Car Cusa a préféré
restreindre le nombre des victimes, et multiplier celui des vicieux. Les
gestes ou les phrases, tout répète la prolifération
des violences : complaintes assenées à coups d’unisson
(Psyco Jogging) ou bas-fond obscurcis encore par les dérives free
(Dr. Akagi), dans lesquels se terminent les courses que suggèrent
des contrepoints rapides (Buzzati’s Capture).
Haletant, le parcours, qui mène des premiers pas du rôdeur
à d’étranges bruits de découpe. Et que Cusa
aura révélé au son d’un répertoire fantasque
et torturé, oscillant toujours entre jazz et rock exalté,
pour, au final, enfoncer plus profond la lame que d’autres que lui
avaient laissée dans le corps.Chroniqué par Grisli
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SANDS-ZINE.COM
Francesco Cusa è un eccentrico musicista emerso nel
panorama jazzistico indipendente, italiano e non, dal lontano 1986. Le
sue origini lo vedono arrivare dalle solari tonalità della Sicilia
con un mood che svela dei codici personali dediti con passione alla musica
afro-americana, nella sua accezione avant: le timbriche raggiunte nel
corso di questo tempo spingono Cusa nelle vicinanze di buona fetta del
jazz formulato nella Downtown newyorkese: John Zorn, Tim Berne, Sam Shalabi,
Elliot Sharp, qualche nome utile da predisporre accanto le angolature
ricercate dal batterista / compositore e co-fondatore del (lo storico)
collettivo bolognese Bassesfere.
Dietro le idee che accompagnano la nascita della sigla 'Skrunch' si espone
il punto più alto, complesso e libero da ogni formalismo accademico,
conseguito sin’ora da Cusa nell’intricato abito indossato
da compositore.
Cosa si agita dentro “Psicopatologia Del Serial Killer” è
una materia ibrida: un sound molleggiante che unisce con sapienza e buongusto
la scrittura arcuata ed elettrica di Tim Berne ed il rock contaminato
di Frank Zappa, la veloce struttura noir à la “Spillane”
del primo Zorn con il jazz vellutato di Miles ed infine, orna a tratti
il ‘tortuoso’ complesso, con un pizzico velato di ponderata
esasperazione Jazz-Core (il roboante frastuono terminale di Nonsense,
nelle cui cavità bordate noise al basso vengono inferte con perizia
chirurgica).
Alla creazione di questo viaggio, avviato verso il calare del millennio
scorso, hanno preso parte le chitarre di Carlo Natoli e Paolo Sorge, il
sax robusto di Gaetano Santoro, il trombone di Tony Cattano e naturalmente
la batteria di Francesco.
La storia elaborata narra le fantomatiche gesta di un serial killer che
centra a pieno le proprie vittime leggendo estratti scritti da J.D. Salinger.
E infatti, ecco donare la loro presenza quattro attori diversi con le
proprie voci, coinvolte nel recitare a turno i pensieri che frullano e
comprimono di nervosismo il cervello ‘malato’ del mostro e
le proprie vittime…
L’ambientazione noir del disco evapora in abbondanza ma con facilità
si scorge una traiettoria parallela, mirata a convertire battute taglienti
e crudeli in spensierati e fulminei attimi di sarcastica e scherzosa ironia.
Oscuri pensieri nascosti nella mente che lentamente prendono vita e, soprattutto,
ritmo… jazz.
Un ritmo che si solidifica con l’elettronica nera pece ed introversa
di j.d.h., dove una voce recitante rantola nel buio e con fatica riesce
a sfuggire dalle strette prese di una lenta e paranoica agonia. In particolare
dall’attacco immediatamente successivo di Blatta, diviene stuzzicante
denotare il fugace cambio di registro: esplosioni pindariche che contaminano
l’atmosfera con scampoli di jazz, una punta di ombroso funky, un’ambientazione
surreale ed un montaggio (sonoro) cinematografico.
Dentro tale materia navigano non pochi ricordi che spingono dalla parte
dei piemontesi Anatrofobia e nei primi esperimenti avant di Robert Wyatt.
Un'altra uscita che conferma la Improvvisatore Involontario tra le impro-label
più attente e bizzarre del momento.
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ONDAROCK
Proseguendo nel solco di Sun Ra, Miles Davis, Foetus, Caspar Brotzmann,
John Zorn, Mike Patton e, in ultima analisi, Frank Zappa, anche Francesco
Cusa - batterista jazz con all'attivo diverse collaborazioni illustri
(tra tutti Paolo Fresu, Riccardo Pittau, Tim Berne, Steve Lacy e Flying
Luttembachers) - si prodiga in svariati sub-progetti artistici. Siciliano
d'origini - guardacaso come Zappa -, a partire dagli inizi degli anni
90 ha dato vita a sonorizzazioni di cortometraggi, film, lavori teatrali,
oltre a fondare il collettivo di musica improvvisata Bassesfere, a presiedere
la sua attuale label (Improvvisatore Involontario) e a far parte integrante
di svariati ensemble jazz.
"Skruch" è uno dei suoi progetti su cui vanta il ruolo
di bandleader. L'intento primario di questo quintetto (composto, oltre
alla batteria di Cusa, da Carlo Natoli alla chitarra baritona, Paolo Sorge
alla chitarra, Gaetano Santoro al sax tenore e Tony Cattano al trombone)
è quello di replicare atmosfere noir seguendo il tragitto del jazz
d'avanguardia americano degli inizi 80. "Psicopatologia del Serial
Killer", il debutto da lui stesso lungamente atteso, raccoglie ampie
composizioni di pugno dello stesso Cusa che delineano in forma stabile
queste volontà.
Molto spesso, però, il tutto è ridotto a portantina per
le evoluzioni acrobatiche del batterista (stilisticamente un incrocio
tra Furio Chirico, Damon Che Fitzgerald e Max Roach). Si prenda la fanfara
Crimson-iana di fiati e strumenti a corda di "Blatta", allungata
per consentire virtuosismi eccessivi, e - più avanti - una figura
di note aspre ancora costruita ad hoc per una nuova sortita di batteria
e una conclusione sospesa. Oppure in "Dr. Akagi", dove lo strumento
s'inasprisce di cambi di tempo Bruford-iani, accelerazioni e stacchi turbinosi,
ma dove pure il resto del concertino non resta a guardare: svetta anzitutto
il sax Sanders-iano, accompagnato da una figura di derivazione Area, ma
poi vi si aggiunge una chitarra da Nels Cline grottesco.
Non mancano pezzi convincenti, in cui Cusa dimostra competenza di leader
a tutto campo, all'altezza tanto del tema portante quanto del compito
di leader creativo a suo agio con moderate arditezze. Ci sono anzitutto
introduzioni di musica concreta e di field recordings, con il compito
di guidare l'ascolto, o comunque di settarne il mood (la stessa ouverture
dell'opera, "J. D. H.", espone un sinistro sample di sfrigolio
ventoso, e una lettura recitata e affannosa). In "Nonsense"
è un motivetto carillon con inquietudine ancora accentuata a partire
dagli accenti gravi della strumentazione in sordina, dal quale emerge
dapprima un articolato tema alla Henry Cow, e quindi una iterata progressione
Magma da parte della sezione ritmica. "Psycho Jogging" attacca
invece un vociare sommesso a introdurre un lacerto ritmico da Magic Band,
a far traghettare in una zona rarefatta con inserti campionati parlati,
e in una finale improvvisazione collettiva. L'accoppiata traccia finale/ghost
track chiude il disco con nuove bizzarrie di musique concrete.
Dal salingeriano "Il Giovane Holden" e dagli scritti autobiografici
di Zappa, che ne hanno infuso tenebrosa ispirazione, Cusa ricava un romanzo
in prosa jazz-rock che anela al meglio di due mondi: composizione e improvvisazione.
Temi e forme da Ep, cornice da album doppio, pignoleria da poema sinfonico:
ciò che ne risulta, più che un concept, è un'altezzosa
parabola sonica, la cui sostanza musicale latente non sempre arriva a
destinazione. Consiglio dell'autore: "Da ascoltare in una notte buia
e tempestosa". Dedicato alla memoria di Bara Nicabaricevic e Alfredo
Impullitti.
Recensione di Michele Saran
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FRANCESCO CUSA "Skrunch" ; Cerkno, bar Gabrijel 14
www.hiendfi.com Seznam forumov -> Glasba
IZTOK ZUPANKraj: Kranj
Objavljeno: Sob Okt 15, 2005 10:34 pm Naslov sporocıila: FRANCESCO CUSA
"Skrunch" ; Cerkno, bar Gabrijel 14
S Francescom se v Sloveniji srecıamo vsaj enkrat na leto in vedno ga je
veselje objeti. Ta mali siciljanec je zadnja tri leta vodil glasbeno delavnico
na festivalu Sajeta, kjer so se nasıi odnosi sıe poglobili.V arzenalu
ima veliko razlicınih projektov, npr solo spremljava filma B.Keatona:
Sherlock JR, projekt I Negri Volanti, kjer se v triu poigrava s filozofijo,
podkrepljeno s slikami, prijekt z dvema DJjema, s katerim je prvicı vstopil
v nasıa glasbena usıesa na jazz festivalu v Cerknem(prvicı pod sıotorom),
Body Hammer, kjer z laptop manipulatorjem in baritone kitaristom Carlom
Natolijem z norim ritmom ne pusti dihati ...
Zadnji projekt, ki ga je tokrat predstavil v Cıerknem(tako on izgovarja
Cerkno) ima zanimiv naslov "Psicopatologia del serial Killer".
Povedal mi je, da so priprave nanj trajale pet let. Plosıcıa, ki mi jo
je dal avgusta, me ni "potegnila", pravo nasprotje pa je bil
zıivi nastop. V njem je bilo vse, kar si ljubitelj jazza upa pricıakovati.
Kompleksno delo, odlicıno igranje(vecıinoma po notah), energija in na
koncu koncev, veliko siciljansko srce.
Glasbeniki se po njihovih besedah v Sloveniji pocıutijo bolje kot doma,
Carlo Natoli je odlocıen, da pride v Ljubljano za nekaj let. Seveda. Bosıtjan
in osebje Gabrijela, kjer bi sıe posebej omenil fenomenalno kuharico Ancıko
(dobila je zıe sloves v mednarodni jazzovski srenji), naredijo bivanje
glasbenikov enkratno in ni cıudno, da se tu ustavijo, kadar le morejo.
Ne bom omenjal zneska, ki so ga glasbeniki dobili, z bankovci bi si nasıe
pop zvezde komaj obrisale rit. Naj sıe predstavim zasedbo:Francesco Cusa
- bobni,kompozicija; Carlo Natoli-bariton kitara, laptop; Paolo Sorge
- kitara; Tony Cattano - trombon; Gaetano Santoro - tenor sax. Kot se
vidi s slik, so bili vsi enotno oblecıeni v "delovne uniforme",
edino Francesco ni mogel brez svoje Superman majice. Ja, fantje so oddelali
svojo uro in pol. Na veselje vseh prisotnih.
Francesco in Carlo, nasvidenje na prihodnji Sajeti leta 2006.
http://www.francescocusa.tk/
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ULTRASONICA.IT
Prima uscita per la label Improvvisatore Involontario, già
dal nome si può facilmente intuire la rotta di questo bastimento
carico di musicisti, improvvisazione e puro amore retrò. La copertina
di Psicopatologia Del Serial Killer, appare come un fotogramma di un qualche
film Noir, l'unico colore è il rosso (sangue, non poteva essere
altrimenti!). Aperto l'artwork, ci troviamo davanti un cd pittato da sembrare
un vinile (ecco il retrò), linea grafica che si ripresenterà
anche nelle successive produzioni (Switters). Ad aprire l'album, una voce
sussurrata che ritroveremo anche più avanti, dialoghi sussurrati,
volutamente inquietanti e cattivi (ricordate la voce dell'assassina di
profondorosso??), il sound del primo vero e proprio brano, 'Blatta', riporta
alla memoria il compianto Frank Zappa ai cui scritti Francesco Cusa si
è ispirato (insieme al romanzo Il Giovane Holden di Salinger) per
la stesura delle composizioni; otto in tutto, intervallate da sospiriate
minacce, carillon e field sound's. Un disco particolare, a metà
strada tra composizione ed improvvisazione con brani molto lunghi e ben
strutturati, si va dai tre minuti di 'I.D.H.' alla session di oltre sedici
minuti di ' Beyond Gods And Devils...The Day Before'. Ottima prima uscita
per questa neonata Label nostrana.
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SENTIRE/ASCOLTARE
di Daniele Follero
Francesco Cusa, siciliano di Catania, è la mente che sta dietro
al progetto Improvvisatore Involontario: una combinazione di artisti in
maggioranza provenienti dagli ambienti jazzistici che, nella ricerca di
nuove forme, puntano tutto sull’interdisciplinarietà. Un
termine che dà l’idea di accademismo, ma che nella pratica
si trasforma in un interessante (anche se un po’ ortodosso) approccio
al jazz e al rock.
Laureato al D.A.M.S. di Bologna, Francesco si forma professionalmente
come musicista in questa città. Proprio qui entra in contatto con
musicisti del calibro di Mirko Sabatini e Cristina Cavalloni, per poi
entrare a far parte del collettivo Bassesfere, con cui partecipa al festival
Angelica. E’ in quel periodo, una decina d’anni fa, che Cusa
comincia a girare l’Europa, suonando con Paolo Fresu, Steve Lacy
e Elliot Sharp.
Questo suo exploit in campo jazzistico non gli preclude il rapporto con
il mondo del rock, al quale pure si era sentito legato: dagli Zu a Roy
Paci , sono svariate le escursioni del batterista quarantenne in questo
ambito.
Ma Cusa non si limita a suonare. Molto attento alla letteratura e al teatro
(partecipa, tra l’altro, al collettivo letterario Wu Ming) sembra
perseguire l’ideale ambizioso della correlazione delle varie espressioni
artistiche all’interno della modalità performativa dell’improvvisazione.
Il quintetto Skrunch (oltre a Cusa, autore e batterista: Carlo Natoli
alla chitarra baritono, Paolo Sorge alla chitarra elettrica, Tony Cattano
al trombone e Gaetano Santoro al sax tenore) di cui è a capo si
muove proprio in questa direzione, unendo la recitazione alla musica.
Difficilissimo dare un senso a un lavoro dal titolo Psicopatologia di
un serial killer “ispirato liberamente a Il Giovane Holden di Salinger
e agli scritti autobiografici di Frank Zappa”, se non attraverso
il filtro di un sarcasmo totale e totalizzante. Alle voci di quattro attori
(tra cui Saku Ran, famoso attore nipponico proveniente dall’esperienza
del teatro No) spetta il compito di esprimere a parole la psicologia del
killer attraverso brevi testi recitati, alla musica quello di commentare
le parole o creare immagini autonome. Purtroppo non sempre la musica riesce
a sublimare il sarcasmo e la grande fantasia creativa delle premesse.
La schizofrenia del presunto killer si traduce in un jazz che non rifiuta
quasi mai l’organizzazione, che poche volte sfocia nella libertà
assoluta o nell’inatteso sorprendente, incanalandosi spesso e volentieri
in un jazz-rock a metà tra Bitches Brew di Davis e i primi Soft
Machine (Nonsense, Dr. Akagi): riff minimali e assolutamente rockettari
introducono fiumi di assolo che superano anche i 15 minuti. E’ in
Where’s S. Kubrik che meglio si compie la tensione espressiva di
questo disco, con un riff roccioso alla chitarra elettrica e una digressione
centrale ai limiti della psichedelia. (7.0/10)Nella seconda uscita della
neonata etichetta-progetto (distribuita in Italia dalla Wide), Cusa toglie
i panni del leader per accompagnare il sassofonista Gianni Gebbia in trio
insieme a Vincenzo Vasi (basso elettrico, voce e theremin).
Switters è il nome del personaggio principale di un recente libro
di Tom Robbins: un agente della Cia che ha preso una direzione totalmente
autonoma rispetto alla sua missione. Ancora una volta una forte ironia
di fondo al limite del surrealismo pone le premesse a un disco molto bello,
anche se, anche in questo caso, un po’ ortodosso.
Anche Gebbia è molto noto nei circoli jazzistici italiani (bolognesi
in particolare). Lo ricordo per una stupenda performance insieme al batterista
Lukas Ligeti (che qui mi viene in mente ascoltando le suggestive sfumature
di Langley) durante la scorsa edizione di Angelica. Sassofonista di gran
classe, non si abbandona mai al semplice rumorismo o agli estremismi zorniani
ricercando in maniera quasi neoclassica un fraseggio molto vicino al largo
respiro di Coltrane, senza però risultare antiquato.
Questo disco sembra un vero e proprio omaggio al sassofonista americano,
ma forse è proprio questo il rammarico. 17 brevi pezzi che esaltano
il suono morbido, arioso e modale del sax di Gebbia, scorrono veloci in
un disco che non si discosta quasi mai dai canoni del jazz classico.
L’apporto degli altri due musicisti è importante ma mai determinante
nel rapporto con il sax, che prevale praticamente sempre; si fanno comunque
notare le fantasie di Cusa e la potenza imponente e sicura del basso di
Vasi.
Fa un po’ rabbia dover limitare il proprio giudizio su uno dei più
interessanti jazzisti italiani solo perché non ha osato di più.
Ma a conti fatti Gebbia suona benissimo e il suo stile è ben riconoscibile
(Serov, Mustang Sally Blues), il trio dà l’impressione di
essere molto affiatato, ma non fa venire i brividi. Da premio, comunque,
la conclusiva Ballata delle multinazionali (andamento sornione e basso
funkeggiante) e Salvatore Pagano, uno dei brani in cui meglio viene fuori
lo stile più originale ed espressivo di Gebbia, fatto di piccoli
sussulti che si trasformano progressivamente in bellissimi fraseggi. (7.0/10)
____________________________________________________________________ PRESS:SWITTERS
UnAMERICAN ACTIVITIES #84
Italian Klezmer
by Ken Waxman
6 March 2006
One of FMB’s main soloists is Sicilian saxophonist Gianni Gebbia,
who over the years has made a point of collaborating with advanced American
improvisers as well as Europeans. The Anabaptist Loop (Improvvisatore
Involontario) features him and the other members of the Switters trio,
using different rhythms and sound strategies to produce an aural picture
of images inspired by the works of novelist Tom Robbins and Wu-Ming. Klezmer’s
mixed secular-religious texts are replaced by post-modern prose strategies....
With unvarying personnel for all its 17 tracks, The Anabaptist Loop highlights
the talents of Gebbia, who plays alto and sopranino saxophone plus flute;
Vasi—a jazz-rocker, who also works as an engineer—on bass
and theremin; and Catania-born drummer FrancescoCusa who has recorded
with DJs Max & Fab and as part of the Trinkle Triowithguitarist Paolo
Sorge and French tubaist Michel Godard.
He gets even more scope in the freer circumstances of the Switters Trio,
and 17 tracks on which to soar. Here echoes of early Ornette Coleman are
more apparent in his soloing, especially when the bassist and drummer
produce electric beats reminiscent of Prime Time. Vasi’s contrapuntal
thwacking and finger-popping helps keep the pulse moving, while Cusa’s
percussion patterns incorporate Latin time signatures, folkloric dance
suggestions, feather-light brush work, cymbal spinning and slapping, plus
the ratcheting and rattling of bells, drum tops, and maracas.
Every so often the simple rhythm takes on Italian horror movie soundtrack
mutations with the music interrupted by rhythmic lip smacking, ghoul-like
throaty growls and gulps, and spittle-encrusted basso snorts. With Vasi
responsible for oscillating theremin pulsations, Cusa producing conga-like
resonation from his kit as well as time-keeping, and Gebbia’s outflow
ranging from diaphragm vibrations, sexy, double-tongued peeps, and glottal
punctuation, the additional vocal color is probably a group effort.
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KATHODIK.IT
Switters 'The Anabaptist Loop'
(Improvvisatore Involontario/Wide 2005)
‘Suoni asimmetrici per una realtà asimmetrica’.
Ecco miei cari signori campeggiare in procinto di inizio recensione lo
slogan scritto dal trio Switters, ossia buona fetta del raffinato jet-set
improv-jazz peninsulare, composto da Gianni Gebbia al sax e flauto, Francesco
Cusa (da poco artefice anche di un’uscita propria, sempre su Improvvisatore
Involontario, “Psicopatologia del Serial Killer”) alla batteria
e Vincenzo Vasi al basso elettrico, theremin e voce.
Anche questa uscita è interamente prodotta dalla I.I. ed anche
questa volta il materiale che si schiude alle nostre orecchie cela una
connessione con schemi alquanto complessi. Innanzitutto, andiamo a scoprire
che il nome scelto dai tre, Switters, per presentare la loro musica è
preso in prestito dal protagonista principale di un romanzo scritto da
Tom Robbins, “Fierce Invalids From Hot Climates” (Feroci Invalidi
di ritorno da un paese caldo). Ma anche che i titoli scelti per ornare
le 17 tracce del cd sono frutto dell’ispirazione rilasciata dalla
lettura di altrettanti romanzi che, oltre al già citato manoscritto
di Robbins più altri, adocchia piazzarsi tra i libri preferiti
dei musicisti due (grandi) romanzi firmati da Wu Ming e Luther Blisset,“Q”e”54”:
due spaccati di letteratura che esaminavano con gran maestria episodi
accaduti, rispettivamente nel 500 (il primo) e durante tutti gli anni
’50, confacenti al XX° secolo (il secondo).
Da ciò ne deriva, esaminando e sezionando con precisione gli anni
in corso dei relativi periodi storiografici, un tipo di rapporto ‘matematico’,
dibattuto con maggior chiarezza e approfondimento da Wu Ming 1 che ne
firma le note interne al cd.
1/3 di 20 sta a 500 come 50 sta a 20… 6,66:500 = 50 : 20…
sproporzioni asimmetriche che fanno in un lampo (ri)salire alla memoria
titoli formulati da alcuni padri fondatori della grande AACM: Anthony
Braxton e Muhal Richard Abrams…
Sopraggiunti a queste due nomine non rimane che sospingerci ed entrare
più specificamente dentro il suono di “The Anabaptist Loop”,
dicendo subito che le trame improvvisate dai tre ricamano una simbiosi
perfetta tra sonorità jazz, calde e pastose (il rilassante spaccato
cocktail-swing ricavato da Cary Grant che sembra rivivere alcune delicatezze
alla Bill Evans) e ritmi che costeggiano un sound più metropolitano
(e quindi ‘inquinato’ da elementi ‘avant’, quali
il fraseggio free di Switters o nel portamento fiacco e spompato dei fiati
di Domino).
Improvvisazioni minuziosamente inclinate e aspre (serov), ritmiche elastiche
à la Sunny Murray puntellano i ‘destrutturanti’ giochi
gutturali emessi dalla voce di Vasi che riecheggiano all’esterno
la tecnica polverizzata di un grande Phil Milton (ne sono esempio di ciò
l’esame di Confession I e l’aria sbarazzina di Bar Aurora),
echi di ‘Trane e Sam Rivers (Mustang Sally Blues), bordate para-funky
e originali visioni moderne sulla stregua di Miles (New Midddle Age Walkin’).
Proseguendo avanti il ritmo prende una piega velatamente etnica che traspare
dalle morbide percussioni tribaleggianti di Carafa per ridarsi subito
dopo ad istanze radicali, come nel breve spaccato (cautamente violento)
intitolato Santa Inquisizione e nell’andata minimale posta nella
title track. Disincantata è l’aria vissuta in Salvatore Pagano,
la quale vede i due sax di Gebbia improvvisare in modo disincantato alla
misura del raffinato sax di Cristoph Gallio. Non mancano riferimenti alla
situazione politica, economica e sociale che riflette nella lettura di
titoli come Ballata delle Multinazionali e Theory Of Conspiracy. Da qualsiasi
angolatura lo si osservi “The Anabaptist Loop” non può
che apparire come un prodotto intelligente ed innovativo, un disco in
cui l’avant jazz italiano compie una gran bella figura e senza molte
fatiche sorpassa per classe ed eleganza una buona fetta di circuito improv
d’oltreoceano.
Aggiunto: November 19th 2005
Recensore: sergio eletto
Voto:
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SANDS-ZINE.COM
‘Suoni asimmetrici per una realtà asimmetrica’.
Ecco miei cari signori campeggiare in procinto di inizio recensione lo
slogan scritto dal trio Switters, ossia buona fetta del raffinato jet-set
improv-jazz peninsulare, composto da Gianni Gebbia al sax e flauto, Francesco
Cusa (da poco artefice anche di un’uscita propria, sempre su Improvvisatore
Involontario, “Psicopatologia del Serial Killer”) alla batteria
e Vincenzo Vasi al basso elettrico, theremin e voce.
Anche questa uscita è interamente prodotta dalla I.I. ed anche
questa volta il materiale che si schiude alle nostre orecchie cela una
connessione con schemi alquanto complessi. Innanzitutto, andiamo a scoprire
che il nome scelto dai tre, Switters, per presentare la loro musica è
preso in prestito dal protagonista principale di un romanzo scritto da
Tom Robbins, “Fierce Invalids From Hot Climates” (Feroci Invalidi
di ritorno da un paese caldo). Ma anche che i titoli scelti per ornare
le 17 tracce del cd sono frutto dell’ispirazione rilasciata dalla
lettura di altrettanti romanzi che, oltre al già citato manoscritto
di Robbins più altri, adocchia piazzarsi tra i libri preferiti
dei musicisti due (grandi) romanzi firmati da Wu Ming e Luther Blisset,“Q”e”54”:
due spaccati di letteratura che esaminavano con gran maestria episodi
accaduti, rispettivamente nel 500 (il primo) e durante tutti gli anni
’50, confacenti al XX° secolo (il secondo).
Da ciò ne deriva, esaminando e sezionando con precisione gli anni
in corso dei relativi periodi storiografici, un tipo di rapporto ‘matematico’,
dibattuto con maggior chiarezza e approfondimento da Wu Ming 1 che ne
firma le note interne al cd.
1/3 di 20 sta a 500 come 50 sta a 20… 6,66:500 = 50 : 20…
sproporzioni asimmetriche che fanno in un lampo (ri)salire alla memoria
titoli formulati da alcuni padri fondatori della grande AACM: Anthony
Braxton e Muhal Richard Abrams…
Sopraggiunti a queste due nomine non rimane che sospingerci ed entrare
più specificamente dentro il suono di “The Anabaptist Loop”,
dicendo subito che le trame improvvisate dai tre ricamano una simbiosi
perfetta tra sonorità jazz, calde e pastose (il rilassante spaccato
cocktail-swing ricavato da Cary Grant che sembra rivivere alcune delicatezze
alla Bill Evans) e ritmi che costeggiano un sound più metropolitano
(e quindi ‘inquinato’ da elementi ‘avant’, quali
il fraseggio free di Switters o nel portamento fiacco e spompato dei fiati
di Domino).
Improvvisazioni minuziosamente inclinate e aspre (serov), ritmiche elastiche
à la Sunny Murray puntellano i ‘destrutturanti’ giochi
gutturali emessi dalla voce di Vasi che riecheggiano all’esterno
la tecnica polverizzata di un grande Phil Milton (ne sono esempio di ciò
l’esame di Confession I e l’aria sbarazzina di Bar Aurora),
echi di ‘Trane e Sam Rivers (Mustang Sally Blues), bordate para-funky
e originali visioni moderne sulla stregua di Miles (New Midddle Age Walkin’).
Proseguendo avanti il ritmo prende una piega velatamente etnica che traspare
dalle morbide percussioni tribaleggianti di Carafa per ridarsi subito
dopo ad istanze radicali, come nel breve spaccato (cautamente violento)
intitolato Santa Inquisizione e nell’andata minimale posta nella
title track. Disincantata è l’aria vissuta in Salvatore Pagano,
la quale vede i due sax di Gebbia improvvisare in modo disincantato alla
misura del raffinato sax di Cristoph Gallio. Non mancano riferimenti alla
situazione politica, economica e sociale che riflette nella lettura di
titoli come Ballata delle Multinazionali e Theory Of Conspiracy. Da qualsiasi
angolatura lo si osservi “The Anabaptist Loop” non può
che apparire come un prodotto intelligente ed innovativo, un disco in
cui l’avant jazz italiano compie una gran bella figura e senza molte
fatiche sorpassa per classe ed eleganza una buona fetta di circuito improv
d’oltreoceano.
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INFRATUNES.COM
L’improvisation permet souvent de résoudre
le dilemme des références à ménager. Naturellement,
leur diversité s’engouffre dans un discours brut, qui tire
bientôt parti des contrastes et des combinaisons heureuses. Celles
- en ce qui concerne le trio italien Switters - d’un jazz ouvert,
d’un rock énergique et d’une soul chaleureuse.
Hommage aux postures instituées par John Zorn ou John Lurie, The
Anabaptist Loop impose avec nonchalance la défense d’une
musique guidée par les envies : swings chancelant ou décalé
(Theory Of Conspiracy, Cary Grant), drum’n’bass allégée
(Domino, Q), rock acharné (Theory Of Conspiracy II) ou virant au
free (New Middle Age Walking), folklore réincarné (Switters).
Ici ou là, quelques expérimentations : Gianni Gebbia jaugeant
les capacités et limites de son saxophone (Langley) ; le bassiste
Vincenzo Vasi se soumettant à des prescriptions de bain de bouche
à la manière de Phil Minton (Confession) ; Francesco Cusa
menant une pièce bruitiste et répétitive qui sacrifie
à l’énergie ses bonnes résolutions de ne pas
céder à la violence (Santa Inquisizione).
Car la première force de Switters est sa fougue. Repérable
partout, adroitement canalisée (Salvatore Pagano) ou laissant échapper
une ou deux fautes de goût (Carafa), menant le trio jusqu’à
des fulgurances imparables (Serov). Jusqu’à présenter,
au final, un brouillon charmant et inextricable de permissions stylistiques
flamboyantes. Chroniqué par Grisli
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SENTIRE/ASCOLTARE
di Daniele Follero
Francesco Cusa, siciliano di Catania, è la mente che sta dietro
al progetto Improvvisatore Involontario: una combinazione di artisti in
maggioranza provenienti dagli ambienti jazzistici che, nella ricerca di
nuove forme, puntano tutto sull’interdisciplinarietà. Un
termine che dà l’idea di accademismo, ma che nella pratica
si trasforma in un interessante (anche se un po’ ortodosso) approccio
al jazz e al rock.
Laureato al D.A.M.S. di Bologna, Francesco si forma professionalmente
come musicista in questa città. Proprio qui entra in contatto con
musicisti del calibro di Mirko Sabatini e Cristina Cavalloni, per poi
entrare a far parte del collettivo Bassesfere, con cui partecipa al festival
Angelica. E’ in quel periodo, una decina d’anni fa, che Cusa
comincia a girare l’Europa, suonando con Paolo Fresu, Steve Lacy
e Elliot Sharp.
Questo suo exploit in campo jazzistico non gli preclude il rapporto con
il mondo del rock, al quale pure si era sentito legato: dagli Zu a Roy
Paci , sono svariate le escursioni del batterista quarantenne in questo
ambito.
Ma Cusa non si limita a suonare. Molto attento alla letteratura e al teatro
(partecipa, tra l’altro, al collettivo letterario Wu Ming) sembra
perseguire l’ideale ambizioso della correlazione delle varie espressioni
artistiche all’interno della modalità performativa dell’improvvisazione.
Il quintetto Skrunch (oltre a Cusa, autore e batterista: Carlo Natoli
alla chitarra baritono, Paolo Sorge alla chitarra elettrica, Tony Cattano
al trombone e Gaetano Santoro al sax tenore) di cui è a capo si
muove proprio in questa direzione, unendo la recitazione alla musica.
Difficilissimo dare un senso a un lavoro dal titolo Psicopatologia di
un serial killer “ispirato liberamente a Il Giovane Holden di Salinger
e agli scritti autobiografici di Frank Zappa”, se non attraverso
il filtro di un sarcasmo totale e totalizzante. Alle voci di quattro attori
(tra cui Saku Ran, famoso attore nipponico proveniente dall’esperienza
del teatro No) spetta il compito di esprimere a parole la psicologia del
killer attraverso brevi testi recitati, alla musica quello di commentare
le parole o creare immagini autonome. Purtroppo non sempre la musica riesce
a sublimare il sarcasmo e la grande fantasia creativa delle premesse.
La schizofrenia del presunto killer si traduce in un jazz che non rifiuta
quasi mai l’organizzazione, che poche volte sfocia nella libertà
assoluta o nell’inatteso sorprendente, incanalandosi spesso e volentieri
in un jazz-rock a metà tra Bitches Brew di Davis e i primi Soft
Machine (Nonsense, Dr. Akagi): riff minimali e assolutamente rockettari
introducono fiumi di assolo che superano anche i 15 minuti. E’ in
Where’s S. Kubrik che meglio si compie la tensione espressiva di
questo disco, con un riff roccioso alla chitarra elettrica e una digressione
centrale ai limiti della psichedelia. (7.0/10)Nella seconda uscita della
neonata etichetta-progetto (distribuita in Italia dalla Wide), Cusa toglie
i panni del leader per accompagnare il sassofonista Gianni Gebbia in trio
insieme a Vincenzo Vasi (basso elettrico, voce e theremin).
Switters è il nome del personaggio principale di un recente libro
di Tom Robbins: un agente della Cia che ha preso una direzione totalmente
autonoma rispetto alla sua missione. Ancora una volta una forte ironia
di fondo al limite del surrealismo pone le premesse a un disco molto bello,
anche se, anche in questo caso, un po’ ortodosso.
Anche Gebbia è molto noto nei circoli jazzistici italiani (bolognesi
in particolare). Lo ricordo per una stupenda performance insieme al batterista
Lukas Ligeti (che qui mi viene in mente ascoltando le suggestive sfumature
di Langley) durante la scorsa edizione di Angelica. Sassofonista di gran
classe, non si abbandona mai al semplice rumorismo o agli estremismi zorniani
ricercando in maniera quasi neoclassica un fraseggio molto vicino al largo
respiro di Coltrane, senza però risultare antiquato.
Questo disco sembra un vero e proprio omaggio al sassofonista americano,
ma forse è proprio questo il rammarico. 17 brevi pezzi che esaltano
il suono morbido, arioso e modale del sax di Gebbia, scorrono veloci in
un disco che non si discosta quasi mai dai canoni del jazz classico.
L’apporto degli altri due musicisti è importante ma mai determinante
nel rapporto con il sax, che prevale praticamente sempre; si fanno comunque
notare le fantasie di Cusa e la potenza imponente e sicura del basso di
Vasi.
Fa un po’ rabbia dover limitare il proprio giudizio su uno dei più
interessanti jazzisti italiani solo perché non ha osato di più.
Ma a conti fatti Gebbia suona benissimo e il suo stile è ben riconoscibile
(Serov, Mustang Sally Blues), il trio dà l’impressione di
essere molto affiatato, ma non fa venire i brividi. Da premio, comunque,
la conclusiva Ballata delle multinazionali (andamento sornione e basso
funkeggiante) e Salvatore Pagano, uno dei brani in cui meglio viene fuori
lo stile più originale ed espressivo di Gebbia, fatto di piccoli
sussulti che si trasformano progressivamente in bellissimi fraseggi. (7.0/10)
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MODISTI.
COM
Stripped down, occasionally sprinkled with rock outbursts, the trio proceeds
building an experimental language featuring a stark if compressed, driving
boiled down rhythm section with asymmetrical rhythms, symmetrical harmonies
and driving funk groves reminiscent of contemporary jazz proposals if
through an ongoing sense of humour.
Este trío esencial, a veces sazonado con explosiones de rock, se
plantea la construcción de un lenguaje experimental con una sección
rítmica potente aunque escueta, mínima expresión,
con ritmos asimétricos, armonías simétricas y ritmos
funk poderosos afines a propuestas del último jazz aunque filtradas
por un constante sentido del humor.
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Jazz
e parole in maschera per Wu Ming I e Switters
Una serata di pura emozione alla Cuba per le Orestiadi
L´introduzione è breve e secca, giusto per condensare il
senso di quello che vuole essere «il primo tentativo di cerimoniale
laico» e accennare allo scenario da cui provengono le storie, quell´America
di fine anni Sessanta dilaniata dalla morte di Martin LutherKing e dalla
febbricitante creatività di un jazz nero che oltrepassava il be
bop per tuffarsi nel futuro. Poi, con la stessa immediatezza espressiva
che appartiene alla concisione del linguaggio graffitico dei murales,
sintesi di enfasi e simbolismo, la
"New Thing" proposta in prima esecuzione assoluta giovedì
sera alla Cuba, nell´ambito delle Orestiadi Gibellina Musica, scatta
veloce sui ritmi ora dolenti ora concitati ora beffardi del Trio Switters
e sul salmodiare della voce narrante di Wu Ming I, fino alla fine protetto
dall´anonimato di un passamontagna di seta nera (solo al termine
della performance il pubblico rimasto nel
backstage ha potuto riconoscervi Roberto Bui, già esponente del
Luther Blissett Project e oggi membro del collettivo letterario bolognese
Wu Ming, noto per l´estrema coerenza dell´impegno no global).
Il basso elettrico di Vincenzo Vasi e la batteria di Francesco Cusa, anch´essi
inizialmente protetti da mascherine alla Zorro, forniscono un magmatico
tappeto elastico su cui rimbalzano, alternativamente, le folate immaginifiche
del sax alto di Gianni Gebbia e le declamazioni tratte dalle pagine di
"New Thing", racconto siglato Wu Ming che a breve verrà
finalmente pubblicato da Einaudi, dopo un lungo braccio di ferro che ha
visto capitolare l´editore dinanzi alla risolutezza dei Wu Ming
circa la stampa su carta ecologica e l´abolizione del copyright.
Dalle storie sanguigne di Ornette Coleman, John Coltrane, Thelonious Monk
e degli altri grandi artisti che operarono quella che fino a oggi è
rimasta ancora l´ultima rivoluzione del jazz, la voce di Wu Ming
I trae frammenti palpitanti che si intrecciano indissolubilmente con i
suoni lirici, brucianti e dissonanti dei loro standard, evocati e resi
attualissimi dall´immedesimazione del Trio Switters, mentre dalla
campana del sassofono di Gebbia escono note che dapprima sono autentico
zucchero filato per poi tramutarsi senza preavviso in spruzzi di acido
muriatico. Pura emozione. gigi razete
La Repubblica Palermo, 24 gennaio 2004:
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Intervista
a Switters per All About Jazz
Novembre
2004
"La
"scommessa" è un po' quella di poter creare una band
che, tenendo conto di tutto il serbatoio accumulato in anni di sperimentazione
ed improvvisazione, possa avere la possibilità di mettere su quasi
delle "instant songs" e delle strutture apparentemente sotto
controllo.
...
Stiamo semplicemente applicando random tutti i nostri meccanismi standard,
improvvisando continuamente canzoni. Devo dire che mi affascina molto
il percorso improvvisativo che facciamo, in particolare il momento che
precede quel qualcosa di compiuto, è ormai certo quello che sarà
ma è ancora completamente aperto a tutte le influenze del mondo."
Switters: una disperata [ma imprevedibile] contemporaneità
Ovvero cosa succede se si lascia che una band si presenti da sé...
Enrico
Bettinello
Si tratta di Francesco Cusa alla batteria, di Vincenzo Vasi al basso e
al theremin, di Gianni Gebbia ai sassofoni. Musicisti che i lettori di
Allaboutjazz dovrebbero avere ormai imparato a conoscere, instancabili
promotori di una via "illuminata" e "illuminante"
all'improvvisazione, in cui confluiscono tantissime esperienze, dalle
più serie alle più facete.
Tra i tanti gruppi di cui fanno parte, con incroci continui e a volte
ubriacanti, c'è Switters, che prende il nome da un personaggio
dello scrittore Tom Robbins, band che dopo qualche anno di rodaggio dal
vivo, approda finalmente al primo, sospirato disco.
Abbiamo avuto la malaugurata idea, pur conoscendo bene con chi avevamo
a che fare, di lasciare loro ruota libera nel presentare il progetto e
a nulla può valere nessun tentativo di editing! Perché Switters
è così, contraddittorio e coinvolgente, pop quando proprio
non è il caso, ma al contempo capace di fare riflettere con una
beffarda piroetta sonora...
All About Jazz: Com'è nata l'idea di Switters?
Francesco Cusa: Come spesso ci (mi) accade ultimamente, in maniera del
tutto casuale (Ma cos'è il caso? Vabbé, per intenderci,
preferirei sorvolare circa riferimenti a scuole di pensiero orientali
oppure al sovvertimento della teoria della casualità tipica di
alcune teorie della fisica moderna... Eppoi stavo per dire, lapsus!, causale.
E qui potremmo aprire parentesi su parentesi di introspezione/i psicologiche..).
Comunque: è successo che al Cocoricò di Rimini - megadiscoteca
presso la quale Vincenzo Vasi imperversa in qualità di assurdo
Art Director di musiche improvvisate (pensate all'interno di una delle
discoteche più "in" d'Italia!) - ci siamo incontrati
per un incontro/scontro d'improvvisazione.
Noi tre, voglio dire, in quanto entità ancora scisse, non transustanziate
in "Switters". Ed è lì che ci è "apparso".
Che siamo stati "occidentalmente" illuminati.
Vincenzo Vasi: In effetti questo mostro è nato nel mio laboratorio
musicale, nascosto in una delle discoteche più "in" d'Italia!
dove mi permetto di fare i più arditi esperimenti di carattere
umano/musicale, tentando fusioni impossibili, manipolazioni sonore improbabili,
cercando di unire musicisti di estrazioni differenti che altrimenti starebbero
a casa loro (anche perché questa musica è talmente ignorata
dalla maggior parte dei gestori di locali... ). Un luogo, il Cocoricò,
che consiglio a prescindere dalla musica a chi voglia effettivamente perdersi
in tutti i sensi.
Comunque come succede nella maggior parte degli esperimenti, il trio è
nato assolutamente per caso, ma non per caso ci siamo incontrati in sala
d'incisione un mese dopo per registrare il nostro primo CD, consapevoli
di aver trovato la "via". AAJ: Come avete tentato di trasferire
la suggestione narrativa del romanzo di Tom Robbins nella vostra musica?
Gianni Gebbia: Leggendo l'ultimo romanzo di Tom Robbins "Feroci invalidi
di ritorno dai paesi caldi" basato sul personaggio di Switters un
agente della Cia che, diciamo così, comincia ad "oscillare"
ed in generale tutta l'atmosfera del libro è abbastanza profetica
riguardo alla situazione contemporanea, al post 11 settembre insomma.....
Così ci è sembrato appropriato adottare il nome Switters
che suona anche bene e si confà perfettamente al nostro clima surreale....
AAJ: Che influenze e ispirazioni si sono convogliate nell'idea di Switters?
F.C.: Mah! Sicuramente, da un punto di vista estetico-filosofico, è
il tentativo di tradurre in musica le velleità, o forse le utopie,
dell'uomo santo e crapulone: è l'atteggiamento di chi anela alla
"giustizia", al "bene" e va a puttane, di chi si ribella
al "potere" occulto e manifesto scoreggiando nelle pause di
fronte alla "pay tv", di chi rifugge una visione manichea dell'esistente
in quanto "riduzionistica" per poi schierarsi dichiaratamente
a favore degli oppressi dal capitalismo, di chi si masturba alla notte
davanti ai "trailers" dei video hard ed alla mattina molla uno
scapaccione al figlio che non sa allacciarsi la scarpa.
Vedi, comincio a pensare che in questa commistione, in questa promiscuità,
possa esservi una sintesi di sacralità intermittente, stregonesca
e misera al contempo (Bataille docet!). Tutto ciò, a mio avviso
rende la musica di Switters "simpatica", così come lo
è il bambino che viene scovato con le dita dentro il barattolo
di marmellata e che tenta una autodifesa impossibile. Se vuoi una sorta
di rivalutazione della nostra demistificata contemporaneità. Per
dirla con Pier Paolo Pasolini: "una disperata contemporaneità",
e perciò tanto più eroica.
Aggiungerei anche l'ispirazione dataci dai romanzi "Q" e "54"
(di Luther Blisset e Wu Ming) che, non a caso, vedono parecchi dei personaggi
dare i titoli a parecchie "track" del CD.
V.V.: Certamente i paradossi della nostra vita di tutti i giorni, che
tradotte in un senso prettamente musicale potrebbero essere un genere
appiccicato ad un altro assolutamente incompatibile, oppure una rullata
di batteria un secondo dopo l'apparente fine di un brano, l'insolito,
l'inaspettato, insomma tutto e l'esatto contrario.
Musicalmente influenzati oltre che dal nostro background soprattutto da
noi stessi a vicenda. AAJ: Nella tessitura sonica di Switters intervengono
molti elementi, dalle percussioni "anomale" di Francesco al
theremin di Vincenzo, ad elementi di più evidente teatralità,
vi va di raccontarci qualcosa di questo?
F.C.: Innanzitutto siamo dei simpaticoni. Per quanto mi riguarda sono
sempre più distaccato dal mio strumento. Anzi dirò di più:
trovo la batteria uno strumento "in natura" quasi insopportabile.
Ma ancora una volta tutto dipende dall'"uso". In questo senso
sono interessato ad una poetica del suono, della ricerca timbrica, se
vogliamo "anticonvenzionale" (per quel che oggi può significare).
Ma allo stesso tempo rifuggo da quello che io definisco, forse impropriamente,
"astrattismo in musica". Mi piace sentir pulsare le musiche,
mi piace il ritmo. Di conseguenza mi piacciono i "pattern",
gli incastri strutturali (Steve Gadd!!). Forse in questa "schizofrenia"
tra ricerca timbrica e sputtanamento del "fill patternizzato"
ho finalmente ritrovato il batterista che è in me!
Che dire poi di questi meravigliosi musicisti con cui suono... non ho
parole... Penso che Vincenzo possa suonare qualsiasi cosa (dal citofono
al theremin) con la stessa "intensità". Gianni poi è
uno dei più grandi sassofonisti dell'universo conosciuto, quantomeno
del globo terracqueo, Atlantide compresa, isole escluse.
G.G.: Per me la "scommessa" è un po' quella di poter
creare una band che, tenendo conto di tutto il serbatoio accumulato in
anni di sperimentazione ed improvvisazione, possa avere la possibilità
di mettere su quasi delle "instant songs" e delle strutture
apparentemente sotto controllo.
Da un punto di vista pratico significa anche poter portare in posti, clubs
e luoghi non specialistici delle sonorità e degli approcci derivanti
da "altri spazi" per addetti ai lavori, e metterli a confronto
con un pubblico più eterogeneo che sia quello di un Cocoricò
o di un jazzclub e sembra che la cosa funzioni.
Questo lato "essoterico", ovviamente, non toglie nulla al lato
"esoterico", e potrei dire che Switters è una band a
vari livelli di lettura che può tranquillamente sottoporsi ai pubblici
più vari dal rock al jazz e questo è un fattore per me positivo
anche se mi rendo conto che a certe combriccole musicali questo tipo di
attitudine verso il pubblico non è gradita. Questa molteplicità
dei livelli di lettura è anche la stessa dei romanzi di Robbins,
Wu Ming e Luther Blissett che per alcuni lettori possono rappresentare
dei semplici romanzi per altri invece dei veri e propri manuali filosofici.
V.V.: Beh, credo che una delle caratteristiche principali sia quella che
mi riporta ai giapponesi Altered States, e cioè quella di improvvisare
canzoni complete di struttura, armonia, melodia: praticamente truffiamo
l'ascoltatore meno attento e documentato, eheheh!
Questo grazie ad una pratica dell'improvvisazione radicale che tutti e
tre abbiamo affinato in tanti anni di esperienza ed in particolare per
me è l'automatico "idem sentire" che mi lega a Francesco,
da sei anni insieme in differenti situazioni (è con Mirko Sabatini
il batterista con cui ho più affiatamento), per non parlare di
Gianni che già faceva tutto questo quando io ancora suonavo nei
miei primi gruppi in riviera.
Stiamo semplicemente applicando random tutti i nostri meccanismi standard,
improvvisando continuamente canzoni. Devo dire che mi affascina molto
il percorso improvvisativo che facciamo, in particolare il momento che
precede quel qualcosa di compiuto, è ormai certo quello che sarà
ma è ancora completamente aperto a tutte le influenze del mondo.
È lì che mi trovo a mio agio e molte volte arrivati a questo
punto mollo tutto per ricominciare da capo. AAJ: Diteci qualcosa di più
sul disco in uscita...
F.C.: Piacerà agli amanti del jazz, di Ornella Vanoni, dei Pizzicato
Five, di Fred Bongusto, dell'Art Ensemble of Chicago, di Ennio Morricone,
di Cary Grant, di Buster Keaton, del film "Gamera contro il mostro
Kaos", di "Otto e mezzo", della sigla di "Attenti
a quei due", della Rivolta degli Anabbatisti, del Crodino, (intendo
fisicamente) di Carlo Natoli, di Riccardo Pittau, della granita con la
brioche e dello sceneggiato tv "Il segno del comando", di Cristina
Zavalloni da piccola in "Ha la bua il mio papà!".
Piacerà anche a chi non sopporta i prodotti preconfezionati ma
poi li scarta e se li mangia, a chi non sa resistere alla tentazione della
Nutella, a chi si ripromette di fare ogni giorno almeno 20 min. di corsa,
a chi medita, agli anticonformisti, a chi non sopporta il cetriolo ed
il burro d'arachidi. Piacerà a questi qui.
V.V.: Sono d'accordo con Francesco tranne per il Crodino (non mi piace!!)
e per Carlo Natoli e Riccardo Pittau (diciamo che fisicamente ho altre
mire), in più vado pazzo per il burro d'arachidi, per il resto
i miei gusti rientrano perfettamente negli stereotipi sopra elencati e
poi debbo confessare di tenere gelosamente nascosto una copia del 45 giri
di Cristina Zavalloni da bimba in "Ha la bua il mio papà!"
(tutto vero!!).
In più lo vedo come un preludio a possibili e differenti sviluppi
strutturalmelodicoritmicotimbrici e vie parallele e trasversali.
È probabilmente il primo episodio di una serie (se solo avessimo
registrato tutti i nostri live ne risulterebbero altrettante pubblicazioni)
e quindi come tale assolutamente interessante ed illuminante per chi lo
ha fatto e per chi lo ascolterà.
Insomma un disco da avere, da collezionare come la figu di "Pizzaballa"
della Panini negli anni settanta.
Sicuramente sarà inserito nel catalogo degli introvabili Euronova
del 3056, tra il cappello ombrello e il soprammobile del bambino che piscia.
Stupite i vostri ospiti!! Comprate Switters!!
G.G.: È un disco molto melodico con momenti più informali
inciso in uno stato quasi ipnagogico e rilassato, cosa che lo rende sorprendentemente
"morbido e piacevole" ed anche scorrevole e facilmente ascoltabile
in più è uno di quei lavori che "raccontano una storia"
come dimostrano i titoli.
Questo è il lavoro di presentazione e di esordio della band, un
disco estremamente vario e sono sicuro che nelle prossime incisioni avremo
modo di scavare a fondo i numerosi registri espressivi che si sono delineati
in questo primo lavoro ed anche nei successivi concerti. In questo CD,
ad esempio, prevale l'anima jazzistica e quasi uno spirito da song ,negli
ultimi concerti invece è apparso in maniera più forte un
lato noise che penso svilupperemo. Abbiamo già un concept ben preciso
per un paio di incisioni future... ma non voglio ancora dire nulla a proposito.
AAJ: Insomma sembra proprio che questo disco uscirà.
F.C.: Il CD uscirà in dicembre/gennaio per l'etichetta dell'Improvvisatore
Involontario, entità criptica ed inafferrabile, insieme a quelli
del Francesco Cusa "Skrunch" e di Zero Tolerance, ed avrà
come titolo "TheAnabaptyst Loop". Si inscrive nel solco della
"poetica" wumingiana e tomrobbinsiana, non a caso tutti i titoli
dei brani sono ispirati ai libri di Wu Ming e Tom Robbins, ed è
allegoricamente il contraltare sonoro ad alcune circostanze legate ai
personaggi dei romanzi.
Certo in quanto etichetta vergine, la nostra "Entità"
sta lavorando per stabilire la rete di contatti presso distributori in
Europa e nel mondo, per cui ancora è presto per informare correttamente
gli abitanti del globo terracqueo. Ma comunque non appena saremo pronti
comunicheremo nel giro di qualche nanosecondo col Mondo Esterno, anche
tramite il sito dell'Improvvisatore Involontario che tra poco sarà
on line con delle belle sorpresuccce... AAJ: E il progetto "New Thing"
con Wu Ming?
V.V.: Nasce in modo pressoché naturale sviluppando quello che già
esisteva a livello di connessioni idealartisticoletteralmusicali tra Switters
e il collettivo Wu Ming, e quando il romanzo di Wu Ming 1 era ormai entrato
nella fase finale abbiamo lavorato in sinergia producendo questo lavoro
che non è altro che la colonna sonora reale del romanzo. Dico reale
perchè i brani e le atmosfere sono quelli descritti dall'autore
in questo giallo ambientato in una America fine anni Sessanta, che ha
come sfondo il mondo del free jazz e del Black Panther Party e dall'altra
parte i sistemi di controllo USA condizionati, deviati, della pubblica
amministrazione incompetente, folli e altro ancora.... Un bel libro!!
Compratelo o fatevelo prestare, oppure fotocopiatelo!!
**************************************************************************** PRESS: FRANCESCO
CUSA INTERVISTE:
Switters - The Anabaptist Loop
2005 - Improvvisatore Involontario
a cura di: Claudio Tosatto
Ritenete di essere soddisfatti del vostro ultimo cd?
Non si è mai soddisfatti appieno di una seduta di registrazione,
nel senso che spesso i tempi sono ristretti e bisogna far tutto di fretta
per non gravare sui costi. Detto ciò, direi comunque di sì,
nel senso che il rapporto tra le musiche e il progetto di fondo (concept
script, relazioni tra elementi musicali ed extramusicali ecc.) mi sembra
ottimale.
Da cosa avete tratto ispirazione per il vostro nuovo album?
Come da copertina dagli scritti di Salinger, Frank Zappa, nonché
dagli horror di serie Z, dai sequel televisivi tipo Twin Peaks per ciò
che concerne Skrunch, mentre per quanto riguarda Switters dagli scritti
di Tom Robbins e Wu Ming.
Volete consigliarci qualche altro artista o band che ritenete importante
e che ci volete raccomandare?
Tutte quelle di Improvvisatore Involontario!!!eheh.. ( www.improvvisatoreinvolontario.com)
Quali sono i vostri progetti per il futuro della vostra musica?
Sicuramente creare delle subdole melodie ammorbanti, al fine di soggiogare
i governi al nostro Verbo. Insomma lo scopo è certamente quello
della conquista del pianeta.
C'è qualcosa del vostro nuovo disco che non vi soddisfa pienamente
e che ritornando indietro avreste cambiato?
Si, lo risuoneremmo tutto al contrario, o, meglio, non lo faremmo mai
più.
Francesco Cusa (Switters)_www.improvvisatoreinvolontario.com
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FRANCESCO
CUSA "INTERVISTA A JAZZ CONVENTION"
Un'etichetta,
un sito, una comunità.
Si può riassumere in questi tre aspetti la vita di Improvvisatore
Involontario. Coagulare intorno a un sito web, intorno alle attività
musicali e non solo, le idee e le iniziative di un gruppo di persone che
si muovono in modo vario e diversificato nel mondo dell'espressione artistica.
Nasce così l'idea del manifesto dell'Improvvisatore Involontario,
cresce, e viene sempre ampliato, un generalistico blog, nel quale si può
passare dallo sfottò per la Champions League persa dal Milan a
questioni di politica internazionale e di filosofia dell'arte, si sviluppa
una sezione grafica del sito che presenta e impatta con le più
moderne tecniche informatiche e richiama, nostalgicamente, il vinile e
il suono dei dischi a 33 giri. Richiamo che viene portato anche nella
grafica e nella confezione dei compact disc editi dall'etichetta. Dal
dischetto nero con il titolo nella parte centrale rossa, al digipack utilizzato
per la confezione. Colori accesi e grafica molto moderna e netta. Nei
dischi viene ripresa la divergente esplosione del blog, con gli interventi
di Wu Ming, nelle note di copertina di Switters, nei ringraziamenti che
Francesco Cusa appone a Psicopatologia del Serial Killer, nelle s/proporzioni
che aprono le note di Wu Ming.
La musica proposta nei due dischi rappresenta una ipotesi avanguardista.
Psicopatologia del Serial Killer e The anabaptiste loop si muovono in
un ambito di sperimentazione non totalmente libera e spregiudicata: la
musica mantiene sempre il contatto con una ritmica che non esplode, ma
crea con costanza tempi e linee precise, con la scansione di temi articolati
in modo vario e diversificato, ma codificati con precisione. A fianco
delle composizioni, c'è l'innesto di strumenti particolari come
il theremin, della chitarra baritona, degli attori che impersonano i serial
killer e la vittima in Psicopatologia del Serial Killer. In quest'ultimo
lavoro si rende ancor più chiaro il richiamo alle atmosfere progressive,
applicate alla ragione d'essere generale dell'opera. La particolarità
del cast è la presenza di più serial killer e di una sola
vittima, quasi a rappresentare la molteplicità delle possibilità
di fare del male e l'unicità in definitiva dell'essere vittima.
I riferimenti musicali di queste due esperienze sono molteplici. Da Frank
Zappa e Anthony Braxton, richiamati nei ringraziamenti e nelle note che
accompagnano i lavori, al lavoro sui suoni che si muove verso il progressive
di King Crimson ed Emerson Lake and Palmer, verso le scomposizioni strutturali
del free jazz e le ricomposizioni operate dalla fusion e dal jazz-rock.
Ma su tutto aleggia una felice vena di follia che si muove per scompaginare
il solito e per mettere in relazione punti disparati di una realtà
sociale e artistica non sempre soddisfacenti, non sempre comprensibili.
Una leggera vena di folle ironia che cerca di rivoltare il consueto e
dare nuove visioni e nuove forme alle proprie espressioni.... con la domanda
che chiude il manifesto programmatico del sito, domanda retorica ma intrigante:
"E se avessimo ragione?".
Jazz Convention: Quali sono gli spunti di partenza dell'Improvvisatore
Involontario?
Francesco Cusa: Beh, sicuramente la lettura del Candide di Voltaire. Non
viviamo certo nel migliore dei mondi possibili, quindi bisogna cercare
di crearne almeno uno. Diciamo che alla base di tutto sta un rinnovato
modello di utopia, quello, ad esempio, in cui queste musiche sono al centro
di una crisi di governo con tanto di dimissioni da parte del premier,
o piuttosto, meglio, quello di una dittatura illuminata che rendesse obbligatorio
il Pasquale Bona (vetusto metodo di solfeggio) ai parlamentari. Come vedi
siamo gente concreta e pragmatica che si pone obiettivi concreti e pragmatici.
JC: Le due parole: "improvvisatore" e "involontario".
FC: Le parole dovrebbero condurre il fruitore, attraverso un fitto sottobosco
di riverberi, echi ed assonanze, e, senza un motivo reale che ne giustifichi
l'azzardo, a materializzare l'immagine di un cameriere in livrea ad un
vip party nell'atto dell'incespico. La fotografia dell'istante, in questo
ideale affresco, il librarsi del vassoio con le coppe di champagne, il
terrore nella faccia della vecchia tardona, la posa plastica dello sventurato,
il maldestro tentativo di scanso del rampollo, e così via... rappresenta
la quintessenza o l'effimero, celata/o dietro questo binomio di parole.
Ciò che a noi interessa, indipendentemente dalle progettualità.
JC: L'idea globale della comunicazione
FC: Va sostituita con una idea lineare, bidimensionale. Non ci fidiamo.
Vedi, non crediamo ancora che Tolomeo abbia torto. Continuiamo, almeno
noi dell'Improvvisatore Involontario, a darci appuntamenti per la pizza
per linee tortuose e sghembe, ma euclidee. Qui si discute di big bang
o principio di indeterminazione, ma noi non ci caschiamo! Innanzitutto
quel processo a Galileo non ci convince, e poi quel Keplero... La comunicazione
globale inibirebbe Bach a tutto vantaggio di Bruce Springsteen, il Machiavelli
a favore di Bush; che poi ciò stia poi accadendo, non fa che confermare
quanto sopra: se uno corre felice verso l'orizzonte precipita in un baratro
immane. Attenzione!
JC: I gruppi e i musicisti che si riuniscono sotto la denominazione e
dietro la sigla di Improvvisatore Involontario?
FC: L'elenco sarebbe lungo e tedieremmo gli eventuali lettori. Preferisco
rimandare al sito. Si va comunque dall'avant-jazz di Switters, Skrunch,
Trinkle Trio, alle contaminazioni elettroniche di Body Hammer, passando
per i lavori in solo di Carlo Natoli e per i dj Seth (divinità
egizia maligna) di Emiliano Cinquerrui, alle "rockonnections"
di Ute Puta e Dog a Dog, alle musiche per large ensemble del mio Naked
Musicians, e così via. Non di soli musicisti si tratta comunque.
L'obiettivo é quello di allargare le ragioni dell'Improvvisatore
Involontario anche ad altri aspetti della sperimentazione artistica: arti
visive, danza etc. ma siamo anche aperti a maghi, imbonitori, politici,
operatori di borsa, venditori di enciclopedie. Permettimi uno speciale
ringraziamento allo splendido lavoro grafico della label e del sito web
fatto da Raffaella Piccolo a dalla Core Design, anch'essi parte integrante
di Improvvisatore Involontario.
JC: La sintesi, il contatto, tra i lavori canonici e le sperimentazioni
dell'Improvvisatore Involontario
FC: Riassumibile col "nulla di nuovo sul fronte occidentale!".
Tutto é stato creato, possiamo solo divertirci a riassemblare,
dosando diverse cromature senza il rischio di pasticciare. Il rapporto
dialettico tra le varie componenti di Improvvisatore Involontario é
garantito dalle diverse tipologie dei disturbi mentali degli adepti (guai
a definirci associati!). Per esempio, non siamo d'accordo quasi su nulla,
e ovviamente ci sarà chi potrebbe obiettare su quanto da me detto
finora. Ma questo é il nostro humus, e nel piccolo rappresentiamo
una rinascente Sarajevo. Le diverse esperienze di ciascuno, finiscono
con l'agglomerare tecniche in gangli d'assurdo. Che c'azzeccherebbe altrimenti
un operatore informatico con un diplomato in composizione a Santa Cecilia?
Comunque per maggiore chiarezza, invito alla lettura del nostro manifesto.
JC: Due domande sui dischi... Come mai in Psicopatologia c'è una
sola vittima e più serial killer?
FC: Sei il primo ad averlo notato! si tratta in realtà di un profondo
atto d'amore. In fondo Cikatilo divorava con le vittime sostanzialmente
la paura per la fine di un sistema/relazione. Il comunista mangiabambini
é la metafora della crisi di un modello educativo, del rapporto
maestro/nuovo mondo, della catastrofe capitalistica con l'avvento del
dogma della Scelta. L'atto regressivo del serial killer é profondamente
conficcato nel mondo della Tragedia. A governare é il Fato, mica
il libero arbitrio! Ecco perché in "Psicopatologia del serial
Killer" la presunta narrazione finisce con una tragica risata: nulla
é domabile, a meno di non domare il domatore (questa é mia,
voglio il copyright).
JC: Le ispirazioni letterarie di the Anabapiste loop e di Psicopatologia.
Per certi aspetti, un lavoro più di narrazione che di musica.
FC: Si e no. In entrambi i casi, a mio avviso, la parte narrativa é
una cornice artificiosa, se vogliamo uno specchietto per le allodole,
volto a cogliere in fallo l'ascoltatore. Distraendolo con una finta affabulazione,
é magari possibile rincoglionirlo o ammorbarlo sinesteticamente
con ciò che magari non comprende ma che afferra e divora comunque.
Funziona infatti meglio coi non addetti ai lavori. Sicuramente in Switters
non é da sottovalutare la relazione tra i romanzi di Tom Robbins
o di Wu Ming e la musica, ma questo metterli in primo piano, paradossalmente
ne stravolge la prospettiva, a tutto vantaggio del naso di Gianni Gebbia,
o del capello fumé di Vincenzo Vasi. Penso che Wu Ming 1 possa
essere d'accordo.
JC: Come mai l'offerta di una e-mail nome@improvvisatoreinvolontario.com?
FC: Per riconsegnare alla nostra lingua morta, l'uso di parole quali "precipitevolissimevolmente".
Per ridare alla "fatica" del fare il gusto di ritornare poi
alle pratiche dell'ozio e della rinuncia. Il copia e incolla non sfugge
comunque alla Legge del Precipitevolissimevolmente.
JC: Per concludere.... e se aveste ragione?
FC: Se non avessimo ragione tu non saresti stato così lungimirante
da intervistarci. Sai che non scherziamo ed hai scelto saggiamente di
stare dalla parte di chi deterrà il potere nei prossimi trent'anni.
Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2005
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FRANCESCO CUSA “interview for Succo Acido”
“Ascoltare Francesco che parla di sé è come sentire
un torrente in piena che trasporta esperienze, progetti e idee, è
come trovarsi sotto una pioggia battente fatta di nomi, di città,
di tour infiniti, di dischi che sono un Bignami del jazz e dell’avanguardia
italiana degli ultimi vent’anni. Ha suonato con Tim Berne, Steve
Lacy, Flying Luttenbachers, Giorgio Conte, Kenny Wheeler, Michel Godard
e così tanti altri che è quasi impossibile nominarli tutti..”
SUCCO ACIDO
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FRANCESCO
CUSA “interview for "ALL ABOUT JAZZ" Maggio 2004
"...mi ritengo un tradizionalista più che un innovatore dal
punto di vista dello "stile". Parto dal principio che non vi
è nulla di "nuovo" da creare al momento, ma semmai da
giustapporre. L'alchimia di materiali "ricchi e poveri" [ah
ah!] come fuga dalla noia e contro il logorio del creativo moderno. "Nulla
di nuovo tutto di nuovo". Certo tutto dipende dall'individuo e di
per sé questa prassi non significa nulla, soprattutto in questo
pullulare di nuovi talenti, di coppe del jazz e gran premi del bop, tra
una spruzzatina di etnico di qua, e una canzoncina di Lucio Battisti di
là..."
Francesco
Cusa senza rete
Chiacchierata tra il serio [ma molto serio] e il faceto [ma molto faceto]
con il musicista siciliano di Enrico Bettinello
Diciamolo subito: Francesco Cusa è un musicista simpaticissimo
e la ragione per cui questa chiacchierata si sposta senza alcun ritegno
da argomenti seri a considerazioni assai meno serie è il risultato
di diversi fattori. Primo fra tutti il destino che ci ha portato più
di qualche volta a condividere una cena, un drink, il backstage di un
concerto, il discorrere su tanti argomenti. Seconda - ma forse più
importante - ragione è che suonare jazz in Italia è comunque
un'avventura strana, fatta di tante situazioni contraddittorie, di sfasamenti
e accensioni, di amori e disagi, di sentirsi fuori fuoco e poi all'improvviso
capire che forse è il proprio posto, di piccoli club scalcinati
e di festival sontuosi, insomma fatta di musica!
Batterista e compositore, nato a Catania nel 1966, Cusa si avvicina al
jazz intorno al 1986, per poi frequentare ai seminari di Siena Jazz i
corsi di Bruno Biriaco, Roberto Gatto ed Ettore Fioravanti, e successivamente
laureandosi al DAMS di Bologna e studiando composizione con il compianto
Alfredo Impullitti.
Bologna è una città centrale nella carriera di Cusa, dal
momento che nel capoluogo emiliano inizia a collaborare con diversi musicisti
dell'area [da Fabrizio Puglisi a Stefano De Bonis, da Cristina Zavalloni
a Mirko Sabatini], diventando cofondatore del Collettivo Musicale Bassesfere,
ensemble impegnato nella produzione, promozione e diffusione della musica
improvvisata.
Tanti i progetti portati avanti durante gli ultimi anni, tra cui ricordiamo
quelli più recenti come i 66Six, Skrunch, Impasse, Trionacria,
Trinkle Trio, Switters, l'Open Quartet di Cristina Zavalloni, ma - come
si addice ad ogni bravo "musico" di casa nostra - Cusa ha collaborato
negli anni anche con nomi quali Paolo Fresu, Bruno Tommaso, Gianni Gebbia,
Butch Morris, Kenny Wheeler, Steve Lacy, Tim Berne, Roy Paci, Elliot Sharp,
Flying Luttenbachers, Andy Sheppard, Assif Tsahar...etc. All About Jazz
Italia: Parliamo di un progetto che sta avendo molto successo, la sonorizzazione
del divertentissimo film di Buster Keaton "Sherlock Jr."
Franceco Cusa: Questo progetto nasce da una grande passione: il cinema.
In realtà molto più intrigante per il sottoscritto delle
"musiche". Insomma se devo scegliere tra un concerto ed un film,
sapete già dove trovarmi (certodipendecheconcerto, certodipendechefilm!).
Nasce anche dalla voglia di sonorizzare tutto, e quindi pure Buster Keaton,
che rimane ancora sconosciuto ai giovani. In un certo senso è un
omaggio, ma è anche una irriverente rivisitazione, che rispetta
l'opera più nel "ritmo" e nell'assonanza che nella struttura
narrativa. Sembra assurdo ma il risultato potrebbe essere definito "didascalico/dissacrante",
che è un contrasto che nel migliore dei casi si risolve nello "straniante/partecipe".
Per farla semplice ci si trova contemporaneamente a battere il piede e
a essere sbattuti fuori dalla sala. Per questi aspetti è un approccio
completamente opposto a quello seguito nella sonorizzazione di "Aurora"
di Murnau concepita ed eseguita insieme alla grande musa del nostro tempo
canoro: Cristina Zavalloni [per leggere la recensione del disco tratto
da quel progetto, Impasse clicca qui], che qui saluto e bacio come sempre!
AAJ:
Altro che sbattuti fuori dal cinema, il pubblico sembra apprezzare molto!
F.C.: Sono molto stupito del successo di "Solomovie" [questo
è il titolo del progetto, N.d.R.], nel senso che non mi aspettavo
una tal risposta da parte di pubblico ed organizzatori. Sicuramente molto
è dovuto alla versatilità del progetto, al fatto, non trascurabile,
che si tratta pur sempre di un progetto in "solo" e quindi "low
cost". Che poi in realtà si tratti di una "performance"
(oddio che parola orrenda ormai!) che sembra valicare gli angusti ambiti
sonori del "solo"... beh... mi sembra interessante poiché
è esattamente ciò che auspicavo in fase progettuale. In
effetti mi trovo in splendida compagnia: Keaton, un sacco di attori...
orchestre e musiche campionate... siamo pure troppi!!
E poi c'è lui, il Buster, che è fantastico! Non trascurerei
neanche il breve corto che, di solito, utilizzo come bis, con un Harry
"Snub" Pollard da favola... certo... a volte andare in tour
da soli è bello, ma anche difficile. Come questa estate: da Budapest
a Travnik (Bosnia) 20 giorni, in Fiat Uno Rossa... battuto il record e
foto su Quattroruote! Pensa che a Ferragosto, mentre la gente divorava
ghiaccioli in Europa, io mi trovavo con 40 gradi a "sfrecciare"
per la Bosnia nel tentativo di battere il record e raggiungere la Slovenia
alla sera per un concerto (13 ore!)...gli organizzatori mi hanno accolto
con la bandiera a scacchi e lo spumantino!
AAJ:
Oltre alle percussioni ci sono anche, come dicevi, musiche campionate...
F.C.: Per quanto riguarda l'aspetto tecnico, mi sembra importante il rapporto
armonico che ho stabilito con la macchina. Il rapporto col computer ed
il software, dopo anni, mi sembra meno ostico e più naturale. Insomma
è divertente scrivere delle musiche e "pasticciare" tutto
mentre ti scorrono davanti immagini, rubacchiare anche qua e là,
che non fa male e soprattutto gratifica il mio retrogusto truffaldino,
come documentato da un'arcana linea della mia sinistra mano, per nulla
sfuggita alla certosina interpretazione di un grande veggente palermitano:
Gianni Gebbia. E poi è divertente suonarci sopra con la batteria!
Almeno per me..
AAJ: Anche Bill Frisell si è dedicato alla sonorizzazione di Keaton...
F.C.: Ho visto una volta, non mi ricordo quando, la sonorizzazione di
Bill Frisell e devo dire che non mi ha esaltato alla follia, a parte uno
straordinario Joey Baron... ma questa non è una novità,
per cui...
AAJ:
Ma com'è nato questo amore per la batteria? Da ragazzino?
F.C.: Ho cominciato tardi, a circa diciott'anni. Ero un tremendo metallaro
convinto. Dirò la verità, non ero neanche così...
"folgorato" dallo strumento. Dopodiché... la follia:
ore e ore di studi, seminari, incontri, meeting, il rock, la fusion, il
jazz! Insomma una vera e propria illuminazione, o forse sarebbe meglio
dire "fulminazione". Bah! Miracoli ed arcani processi della
mente umana. Adesso considero la batteria uno strumento insopportabile.
Ho un rapporto strano: tutti 'sti piatti, 'ste viti, insomma... monta,
smonta... bello quando si va in giro e si trova tutto lì! A volte
mi prende però come una "sfregola", un desiderio irrefrenabile
di "possesso"... insomma è come un rapporto con un oggetto
amato ma soprattutto odiato. Al di là del principio di piacere
direbbe qualcuno. Più un mezzo che un fine, insomma. Però
a volte che amplessi!
AAJ:
Un altro progetto che ti sta molto a cuore è Skrunch...
F.C.: Il progetto F. Cusa "Skrunch" nasce anni addietro ed è
la naturale conseguenza del mio precedente "66six". Si tratta
di mie composizioni che richiedono lunghi e stressanti tirocini di prove.
Adesso sono molto soddisfatto della nuova formula con due chitarre, Paolo
Sorge (un tranquillo e potenziale serial killer di provincia che suona
la chitarra) e Carlo Natoli (quest'ultimo un cyborg, anzi meglio un replicante.
La testimonianza che è tutto vero e che ESSI sono già tra
noi. Un uomo privo di cuore e stracolmo di dati e nozioni, ma che garantisce
l'affidabilità della macchina...) e poi Tony Cattano al trombone
(un nuovo talento che non va da Maria De Filippi ma che andrebbe volentieri
con Marta Flavi!) e Gaetano Santoro ai sassofoni (un ragazzo che va sulla
trentina ma che in realtà vive una eterna pubertà). Tutti
siciliani, come da copione casuale. A volte si aggiunge come special guest
il più grande trombettista del Pianeta Plutone, il mitico Riccardo
Pittau.
Sono molto contento dell'ultimo CD che abbiamo appena registrato. Si chiamerà
"Psicopatologia del Serial Killer". Non so ancora per chi uscirà...
ma sicuramente è un prodotto da ascoltare in una notte buia e tempestosa.
Scherzi a parte, si tratta di una cornice, o meglio di un "mascheramento",
approntato ad arte, allo scopo di veicolare, come in un agguato di briganti,
subdolamente, un certo tipo di estetica musicale... aggiungo solo che
vi hanno partecipato loschi ed oscuri figuri, noti attori e caratteristi,
puttane e giullari... e che vi si respira un'atmosfera terrificante.
Ah! poi fammi ricordare almeno Switters, progetto con Mr."Monolite
Sax" Gianni Gebbia e Vincenzo Vasi, un altro grande musicista "assoluto"
del nostro tempo relativo. Di recente abbiamo avviato questo sodalizio
con lo scrittore Wu Ming 1, per una performance attorno alla "New
Thing", con brani di Ayler, Coleman ecc. e stralci del prossimo romanzo...
...e anche il gruppo Zero Tolerance, sempre con Gebbia e due dj, "DjMax"
Ferraresi e "DjFab" Gregorio.
AAJ:
Quali sono i musicisti che ti interessano di più e che pensi sotto/sopravvalutati?
F.C.: Tra i musicisti che preferisco, annovererei sicuramente Tim Berne,
con cui ho avuto la fortuna di fare un concerto... poi chiaramente Joey
Baron, Frank Zappa, Burt Bacharach, Franco Battiato, Miles Davis, Fred
Bongusto... insomma tanti che non ha quasi senso elencarli! Per quanto
riguarda gli italiani, ovviamente, per ragioni di galateo, preferisco
parlare di quelli che secondo me sono "sottovalutati", nel senso
che non c'è una proporzione tra la loro bravura e l'attenzione
da parte di organizzatori e critici... Pronto? Allora, segna: tutti quelli
che ho citato prima, a parte Cristina Zavalloni che non mi sembra affatto
sottovalutata, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Mirko Sabatini, Alberto
Capelli, Domenico Caliri, Edoardo Marraffa, Guglielmo Pagnozzi, il grande
attore che saluto affettuosamente Lullo Mosso, Mauro Schiavone, Ruggero
Rotolo e... tanti altri che in questo momento sto dimenticando e con cui
ho avuto il piacere di suonare e soprattutto di litigare.
AAJ:
E così siamo arrivati a parlare del jazz italiano...
F.C.: "Oh Santippe! Il jazz italiano! Innanzitutto per me si scrive
così: "gezzitaliano"... cosa vuoi che ti dica... che
abbiamo una ottima "scuderia"? Che rombano i motori del nuovo
metalinguaggio afroamericano ormai assimilato alla perfezione nell'italico
piè? Ma sì! sicuramente ci sono dei bravissimi musicisti
in Italia! Ma ci sono anche in Nuova Zelanda! Perché non mi chiedi
come va il "gezznuòzelandese"? Lì sì che
sono agli antipodi dei nostri campanili!
AAJ:
Hai avuto la fortuna/bravura di essere spesso in situazioni stimolanti,
ma cosa pensi dell'ambiente del jazz italiano in genere?
F.C.: Qui tocchiamo un punto dolente. L'"ambiente" italiano
non mi sembra certo ridente per ciò che concerne un certo tipo
di musiche. Tuttavia lo "sport" nazionale è quello di
pensare e pronunciare, ovviamente, la fatidica frase: "nessuno mi
chiama". Non voglio essere ipocrita, anch'io spesso ho recitato il
"Mantra del jazzista sfigato". Soltanto che ad un certo punto
mi sono stufato. Considerare, musica, jazz, improvvisazione e progettualità
come un "corpus" scisso da un "contesto" e quindi
da un insieme di relazioni a me pare assurdo. Nulla prescinde l'individuo
e tutto lo trascende. In chiave psicoanalitica, a questa "scissione"
e settorializzazione di un "problema", ne sottostà sovente
un'altra ben più profonda e radicata che riguarda l'individuo ed
il suo mondo relazionale (come ho imparato a mie spese)... (Teoria dei
complessi?)...
La falsa interpretazione di una mancanza di appagamento - insoddisfazione
che nella sua stragrande maggioranza è inerente a questioni legate
alla "professione" più che ad auliche motivazioni di
tipo estetico - finisce col generare un senso di frustrazione che, per
ovvie ragioni, viene estroiettato verso quelli che paiono essere i "surfisti
delle avanguardie", cioè nei confronti di coloro che non affogano
ma sopravvivono. Non ha senso abbozzare tentativi di analisi per riferirli
autoreferenzialmente ad un sistema a circuito chiuso. Che senso ha parlare
di "gezzitaliano" nel paese dei "berlusconidi"? Ben
altri sono i problemi a me pare, ed il fatto che, apparentemente, il sottoscritto
si occupi di musiche, non mi esime affatto dall'incazzarmi quando il mio
"simpatico" sistema viene titillato dai piagnistei da struzzo.
Personalmente e fondamentalmente tutta questa roba, il parlare di "musiche
per le musiche", mi annoia ed indispone.
Ai miei pochi allievi ripeto: "L'unica regola è che non ci
sono regole". Ho il terrore di ogni forma di indottrinamento che
non abbia finalità assolutistiche. Non bisogna cedere "all'illusione
di Maya", come dice Yogananda (eh eh...).
A tutto ciò preferisco ancora e nonostante tutto le disavventure
della nostra Inter e con questo mi contraddico, precipito in bocca a Tolomeo,
mi illudo di trascendente, indosso i panni del bopper e spero di vincere
il prossimo Top Jazz...
P.S. Scusa il linguaggio criptico, ma non c'è miglior Loggia della
benemerita "Loggia dei Jazzisti". Per questi meandri e sottoboschi
vigono codici che in confronto "La Stele di Rosetta" è
un cruciverba facilitato!
AAJ:
Una cosa che ho riscontrato parlando con te e con altri musicisti. è
la possibilità di vedere l'arte e la musica attraverso una grande
varietà di angolazioni, di riferimenti, di discorsi, mentre altre
volte capita di dialogare con altri bravi jazzisti ma sembra davvero difficile
uscire da una dialettica autoreferenziale "ho fatto questo, ho fatto
quello" o mitologica "Chet quella volta, Miles di qua... blabla",
tanto che spesso penso ci siano fondamentalmente degli equivoci sullo
stesso ruolo del musicista nello spazio/tempo...
F.C.: Per forza! Ritorniamo a quanto detto prima. Il "jazzista medio
italo/europeo", nuovo ceppo razziale nato intorno alla metà
degli anni sessanta, vive in un universo tolemaico. Il suo universo di
riferimento è chiuso, schiacciato da divinità afroamericane
(vedi Parker, Davis ecc.) che spesso vengono vissute come un "tabù".
Il suo immaginario può spingersi fino alle colonne d'Ercole, non
oltre, pena l'accusa di eresia. Ho conosciuto pianisti che hanno smesso
di suonare "perché tanto non sarò mai come Bill Evans"!
Insomma, essendo precluse le "nuove scoperte", per non rischiare
d'essere precipitati in un inferno luciferino, ecco rifiorire le nuove
"bucoliche", le rinnovate arcadie, dove al posto dei satiri
stanno dei compiacenti "Loa" ed al posto delle ninfee magari
un paterno Mingus dallo sguardo compiacente. Un quadretto rassicurante
non ti pare? Ovviamente, a chi rimane un po' di buon gusto non resta che
di augurarsi quantomeno un remake del "Ritorno dei Morti Viventi"
con gli zombie di Miles, Mingus e compagnia bella muniti di falce...
Per non offendere nessuno, ribadisco che tutto ciò è presente
in ognuno di noi, anche se in dosi omeopaticamente diverse. Per me forse,
suonare standards è una delle forme di psicoterapia più
efficaci. Mi diverto un sacco! Sono di una coerenza nella contraddizione
da fare invidia ad un asburgico! Il musicista, l'artista, non è
solo un essere umano. Egli (non ridere) ha un unico compito: quello di
creare modelli utopistici, e quindi irraggiungibili. Ha il dovere di rimodellare
continuamente il proprio universo creativo ogni volta che le "conquiste
delle scienze" sembrano postulare nuove illusioni di traguardo. Ha
il dovere di mettersi con la bandiera a scacchi sempre un po' più
in là. Insomma, ha l'obbligo di congedarsi cordialmente dal suo
gemello/collega/inconscio, per poi spararlo nello spazio alla velocità
della luce e sperare che in circa 6 minuti possa fare quello che lui non
potrà fare nell'arco di una vita. Superando le "forme"
in qualche modo. Ecco, dovrebbe essere questo il ruolo del musicista nello
spazio/tempo!
Diceva Claes Oldenburg che "l'offerta di una duplice visione a favore
e contro la cultura americana [ma leggasi pure pop/italica/quellochetipare],
la cosiddetta pop art, incarna e al tempo stesso deride gli stereotipi
del consumismo moderno", una sorta di affermazione/negazione di una
identità, ma anche un meraviglioso punto di partenza per riflettere
sui rapporti con i materiali, alti e bassi che siano... Fred Bongusto
e Max Roach...
Condivido appieno. Da un certo punto di vista viviamo un'epoca terribile
e meravigliosa. Il "gianobifrontismo" attraversa ogni forma
percettiva dell'essere, cioè del comunicare. Crollati miti, divinità
e santi ecco rinascerne degli altri sotto differenti spoglie. Non si offrono
solo dei voti a "Silvio", bisogna "credere" in Esso.
Per ritornare a noi, ad esempio, io mi ritengo un tradizionalista più
che un innovatore dal punto di vista dello "stile". Parto dal
principio che non vi è nulla di "nuovo" da creare al
momento, ma semmai da giustapporre. L'alchimia di materiali "ricchi
e poveri" [ah ah!] come fuga dalla noia e contro il logorio del creativo
moderno. "Nulla di nuovo tutto di nuovo". Certo tutto dipende
dall'individuo e di per sé questa prassi non significa nulla, soprattutto
in questo pullulare di nuovi talenti, di coppe del jazz e gran premi del
bop, tra una spruzzatina di etnico di qua, e una canzoncina di Lucio Battisti
di là...
AAJ:
Progetti per il futuro prossimo e ultimi sassolini nella scarpa...
F.C.: Riguardo ai progetti futuri... mah! Innanzitutto mi augurerei una
buona produzione discografica per i miei ultimi lavori: e cioè
"Skrunch" Psicopatologia del Serial Killer, Switters e Zero
Tolerance. Lasciami dire che questo è il problema più annoso
che attanaglia un musicista come il sottoscritto. Il problema non è,
ovviamente, il farsi venire delle idee, quanto il realizzarle. In parole
povere o si hanno dei soldi da investire in produzioni oppure diventi
Mandrake...
La "pochezza" del nostro beneamato Paese sta tutta qui. Il provincialismo
è un morbo che uccide. Le cose funzionano solo al MAIUSCOLO. Siamo
bravissimi a coniare definizioni (tipo "gezzitaliano"), a nutrirci
di concorsi ("chè 'mme voti ar Toppe Gèzz?")...
siamo la fucina dei "nuovi talenti". Questo non è più
il paese di San Remo bensì di "Saranno Famosi". Tutto
è "defilippizzato". Se Maria De Filippi dichiarasse simpatie
per la sinistra, anche mia zia si convincerebbe, e Berlusconi andrebbe
a casa, e francamente, ciò forse è ancora più triste.
Tutto è sensazionalismo. Non c'è uno straccio di finanziamento
per le arti. Il musicista è ancora tristemente un soggetto sfocato
nel panorama, ed è in balia del concetto di "eccezionalità";
è costretto insomma a destare stupore, pena la maledizione. Guarda,
sono costretto a dire la cosa più insopportabile per me: e cioè
che o sei nell'insostenibile mood del "Gezzitaliano", con quelle
sonorità che "fanno male" alla bocca dello stomaco, con
quei pezzi che magari si chiamano "Tuareg" oppure "Appuntamento
nella Tuscolana" e che poi sono delle canzoni bop tipo AABA, con
quel "gusto" e quella "attitudine" da smandolinata,
oppure sei ridicolmente e stupidamente "OFF". Anche se fai un
milione di concerti l'anno. Sei "OFF".
Ma ci rendiamo conto che tutto questo è ridicolo? Proprio l'essere
costretti ad usare un termine vetusto e corroso come "OFF"?!
Triste ma purtroppo vero (l'autocompiacimento del sentirsi "OFF"
è forse male peggiore del far parte delle "Scuderie del Gezzitaliano").
Ma possibile che non si possa "onestamente" essere musicisti?
Avere il giusto riconoscimento da parte di uno Stato che "giustamente
riconosce" al musicista la dignità di poter "essere",
di non trasformarsi in un patetico lecchino pronto a prostituirsi?
Ma è mai possibile che tutto sia in mano al "mood" di
qualche discografico visionario, o giornalista creativo, od organizzatore
ricettivo? È mai possibile che uno non possa starsene a casa a
studiare o comporre percependo il "giusto"? Utopie? No, se accade
in Francia.
Ecco, il mio progetto per il futuro, è forse quello di "attentare"
con tutti i mezzi e le risorse sovraumanamente possibili (che è
poi quello che stiamo cercando di fare con l'Improvvisatore Involontario,
entità dissociativa e setta fruibile, nonché marchio esportabile),
a questo mondo del "gezzitaliano" congestionato. Colpirlo a
morte nel tentativo di ridare vita, più che ad un genere, ad un
atteggiamento estetico, ad una prassi dell'improvvisare e del creare che
niente hanno a che vedere con la patina di edulcorazione predominante.
Trasformare il "gusto" dominante è dovere non soltanto
del sottoscritto, ma di ogni essere senziente che abbia ancora il coraggio
di indignarsi. Per cui, forza!, sostituiamo quella maledetta "G"
con una nuova "J"... in fin dei conti è sempre la stessa
lotta tra "matusa" e " 'ggiovani"... è sempre
un problema di "Super Giovane", per parafrasare Elio e le Storie
Tese... solo e sempre un problema di intelligenza vs. stupidità.
Ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
*************************************************************************** PRESS: FRANCESCO
CUSA & CRISTINA ZAVALLONI "IMPASSE":
“New
original soundtrack for Aurora by F.W. Murnau”:
“Impresa non di poco conto quella di "descrivere" le immagini
di una pellicola d'altri tempi come Aurora il capolavoro di F.W.Murnau
del 1927. Considerato lo stato culturale in cui versa il nostro paese,
é quantomeno doveroso lodare gli intenti di chi, molto coraggiosamente,
lavora al consolidamento di queste particolari forme espressive.Trasposte
in musica le immagini di questo film muto appaiono pertanto esaltanti,
valutate sia per l'impatto emotivo che artistico verso cui la visione
ci indirizza… Quello che comunque lascia più sorpresi è
la versatilità con cui questi artisti danno espressione alle proprie
capacità creative…” ALL ABOUT JAZZ
“..ce disque ne souffre à aucun moment d’ennui tout
en conservant une ligne directrice pertinente…” IMPROJAZZ
“…l’appuntamento ha assolutamente meritato lo scroscio
di applausi con cui il pubblico ha salutato il lieto fine del “dramma
d’amore”…il grande merito che va tributato ad Impasse
riguardo a questa colonna sonora così impegnativa del resto è
proprio l’aver saputo giocare fino in fondo con la contaminazione…”
IL TIRRENO
“…L’ascolto del cd non lascia indifferenti: elegiaco,
pastorale, soffice, festoso e, di contro, arcigno, suburbano, stridente,
grottesco, tracimante, dinoccolato, sono alcuni degli aggettivi che suggerisce.
Tutt’altro che consolatorio o pedissequo, esso richiede –
ma nel contempo sa istigare – un’attenzione costante, rivelandosi
alla fine esperienza quasi terapeutica, liberatoria e onnicomprensiva
(e come tale da effettuare preferibilmente d’un fiato), soprattutto
per il gusto della sorpresa e della scoperta) a getto continuo.”
MUSICA JAZZ
*************************************************************************** PRESS:FRANCESCO CUSA”IMPASSE” …su J. Prévert
“…Jacques Prévert wird lebendig, doch nicht durch Widerbelebungsmassnahmen,
sondern durch die Empfindungen einiger begeisterter junger Leute aus Italien,
die genugend kunstlerische Souveranitat einbringen, um dem alten Mann
aus Paris und einigen seiner schonsten Texte jetztzeitige Virulenz einzuhauchen…”
JAZZPODIUM
“…nella lettura di Cusa e dei suoi amici l’intreccio
poesia-canzone è stretto fino all’identificazione, e dunque
canto e recitazione si fondono in un disegno complessivo che comporta
sovrapposizioni, deformazioni e altri accorgimenti tecnici…”
MUSICA JAZZ
“..Un planteamiento recitativo que tiene deudas evidentes con fragmentos
musicales concretos como ocurre en la primera pieza con EL LABORINTUS
de Luciano Berio…”
HURLY BURLY
*************************************************************************** PRESS TRIONACRIA:
“Trionacria manifesta una interessante e godibile capacità
di improvvisazione di gruppo che si traduce però, grazie all’affiatamento
dei tre, nella creazione istantanea di forme definite…l’originalità
del trio si deve fra l’altro anche al ruolo paritario che vi riveste
la batteria: Cusa è molto abile nell’evitare una funzione
di accompagnamento giocata sullo swing o sull’improvvisazione free…”
IL MANIFESTO
“Dies gilt auch für die Musik des Trios, in dem neben der virtuosen
circulaten Improvisationstechnik von Gebbia der Trompeter Roy Paci und
der komplexe Polyphonist Francesco Cusa auf dem Schlagzeug auftreten werden.
Einige der Kritiker haben einen direkten Vergleich mit dem Projekt John
Zorn – Dave Douglas gezogen.” Rumore
“La "musica" non è fatta solo da canzoni di 3 minuti
con strofa, ritornello e ponte. Se non ne siete convinti, provate ad ascoltare
il Trionacria. Sinceramente non so definire la loro musica, l'unica cosa
che posso dire con certezza è che sono Francesco Cusa alla batteria,
Roy Paci alla tromba e Gianni Gebbia al sax. Formazione sicuramente atipica,
come la musica che propongono: una totale improvvisazione, ma sempre di
un altissimo livello tecnico..”Cupa Cupa
“…quello che ci si attende mentre scorrono i secondi di The
Mystic Revelation è quali magie sapranno inventare a turno i singoli
musicisti…“ ALL ABOUT JAZZ
“…evitando le soluzioni più ovvie, Francesco Cusa cerca
costantemente con il proprio drumming di entrare nell’interplay
con un proprio discorso compiuto e fluido. E in questo intelligente sforzo
del batterista catanese il trio trova uno dei motivi di maggiore originalità
e godibilità…” MUSICA JAZZ
“Mélange habile de jazz et de groove. Une musique à
la rythmique infernale et aux envolées de cuivres cinglantes. Ce
trio est une véritable locomotive ! “
Festival de Rive de Gere
“Trionacria bietet Freejazz und freie Improvisation auf einem hohen
Energielevel.”
AKUT, Internationales Festival
“..Si parte con il trio Trionacria, Gianni Gebbia ai sax(s), Francesco
Cusa alla batteria e Roy Paci allla tromba.
I tre sfidano i presenti creando suoni, le chiavi del sax e i pistoni
della tromba si inseguono, sono roventi. Stiamo viaggiando insieme alle
loro scomposizioni melodiche, quella musica che non vuole e non puo' essere
definita. Va ascoltata, e basta. Ulteriore merito dei musicisti e' stato
quello di creare un grande coinvolgimento in uno spazio cosi' grande,
insolito per concerti di questo tipo.
A seguire i Reevoluto, con un set onesto, ma poco seguito (suonare dopo
i Trionacria non e' facile...). L’Erroneo, Il Fallace
at “North Sea Jazz Fest”
From a Dutch paper:
'In the same room three hours later Italian Trionacria -trumpeter Roy
Paci, saxophonist Gianni Gebbia and Han Bennink-like Francesco Cusa on
drums- played a magnificent improvisational
*************************************************************************** PRESS FRANCESCO
CUSA "66six":
“This
group produces some incredibly smart and unusually interesting music.
The textures that emanate are captivating. Polyrhythmic content is not
spare. A couple of the pieces are structured like a symphony where there
are distinct movements and appropriate dynamics. The instrumentation borders
on a richness that is too good to be called experimental.” JAZZREWIEW
“…Cusa ha proposto una composizione molto spaziata, ariosa,
agile nel muoversi con un’uso articolato dell’organico fra
suggestioni musicali diverse (dal rock-jazz ad esperienze orchestrali
contemporanee), ben costruita e con una bella ricerca di suoni…”
IL MANIFESTO
*************************************************************************** PRESS MLUK:
“..Abile il batterista Francesco Cusa che non si è lasciato
fagocitare dalla tentazione di raddoppiare il ritmo, arricchendone la
trama con i piatti, variazioni timbriche con ogni pezzo del suo strumento
e infilando sottili figure in stile funk.. Un concerto più che
riuscito, che fa attendere con ansia l'uscita del disco prevista entro
l'anno. Una musica autentica e pura, destinata a curare e stimolare l'emozione
in favore della creatività. Sarà stato l'effetto della trance,
ma il pubblico se ne è accorto, dato che neanche il lungo bis è
bastato a saziarli. ” ALL ABOUT JAZZ
MLUK: vortici sonori e colori musicali
di Valentino Curti
(marzo 2006)
14/03/06
Maison Musique: via Rosta 23, Rivoli (To)
Ieri sera sono andato a vedere con il mio amico Diego un concerto atipico
per il panorama musicale italiano: un progetto musicale di jazz etnico.
Il
locale era semivuoto con un pubblico di 32 persone∑ il parapiglia
Berlusca-Prodi ha vinto sulla creatività, ieri sera∑ma per
i pochi che
hanno assistito all‚evento hanno vinto le orecchie, o meglio ha
vinto
tutto il corpo in festa! I MLUK sono un gruppo di quattro elementi, la
cui
descrizione tecnico-musicale lascio al sito di Musica 90 che ha
organizzato l‚evento per le Olimpiadi della Cultura:
«MLUK nasce dall‚incontro tra jazz e la musica gnawa del Marocco,
grazie
alla presenza del cantore e percussionista Mohammed El Badawi della
confraternita Sidi Mimoun di Marrakech. Attorno alle melodie e le nenie
di
El-Badawi, MLUK crea un‚atmosfera complessa mista di trance, free
jazz
anni ‚60 e grooves ballabili.
Accanto a lui tre rinomati giovani jazzisti siciliani. Gianni Gebbia,
nato
a Palermo nel 1961, uno dei primi esploratori italiani dell‚etno
jazz. Ha
studiato il sax da autodidatta, suonando con numerose formazioni.
Dall‚esperienza sul versante della musica creativa improvvisata,
ha poi
collaborato anche con gruppi influenzati dal pop progressive. E‚
stato
direttore artistico di Palermo in scena e del festival Curve Minore ˆ
pratiche inusuali del fare musica.
Al contrabbasso Fred Casadei. Nato a Roma nel 1970, ha vissuto per un
lungo periodo a Siracusa ma ormai torinese d‚adozione. Ha fatto
parte di
numerosi ensemble diretti dal polistrumentista Stefano Maltese con il
quale ha inciso numerosi dischi. Ha collaborato, inoltre, con Roy Paci
al
progetto di cover rock steady dal titolo Aretuska pubblicato dalla Virgin.
Ha fatto parte dei Mau Mau con i quali ha compiuto numerosi tour.
Attualmente collabora con Teresa De Sio.
Alla batteria Francesco Cusa. Batterista e compositore, nato a Catania
nel
1966, ha avuto il suo primo approccio con il jazz intorno al 1986. Ha
studiato a Siena e al Dams di Bologna. Nel ‚94 incide per la YVP
il cd
T.A.O. Amaremandorle, gruppo con il quale svolge un‚intensa attività
concertistica in Italia e in Germania. Nello stesso anno incide per la
Caicai il cd Suite n. 1 per quintetto doppio dello Specchio Ensamble,
un
gruppo manifesto del collettivo Bassesfere con il quale, si esibisce ad
Angelica, a Berlino e ad Amsterdam. Dal ‚94 ha alternato l‚attività
di
musicista a quella di docente di musica d‚insieme presso il Centro
Giovanile „Antonio De Curtis‰ e di batteria presso la „Scuola
Ricordi‰ di
Bologna. Dal 2002 insegna musica d‚insieme, presso il Centro Culturale
Zo
di Catania.» [1]
Come nelle parole sopra citate, il quartetto fa un genere in cui il jazz
esprime tutta la sua capacità di sintesi e di contaminazione con
la
tradizione musicale africana. Il genere infatti è nato dagli africani
deportati in America, esattamente come il blues: musica di protesta,
musica di contemplazione, musica di ribellione, musica di cambiamento.
Il
jazz dei MLUK è un jazz energico, potente, radicale nelle sonorità
che
richiamano la terra e le sue energie. Gli strumenti predominanti sono
infatti le percussioni: abbiamo quelle etniche di Mohammed El Badawi,
e
la batteria di Francesco Cusa; la potenza ritmica del gruppo è
anche
scandita dal contrabbasso di Fred Casadei, che suonava potente la base
sui cui la voce di Mohammed El Badawi e il sax di Gianni Gebbia [2]
coloravano la musica e la impreziosivano con suoni suadenti e fantasiosi.
Erano coinvolgenti le nenie che circolavano nell‚aria ipnotizzando
l‚ascoltatore, che si perdeva nel seguirle insieme alle curve armoniose
dei suoni di Gebbia. Queste ritmiche e queste fantasie di suoni
permettevano alla mente di staccarsi dai suoi schemi quotidiani, per
perdersi essi, che quasi fluidi scorrevano e attenuavano la percezione
del tempo oggettivo, per immergerci nello squisito tempo soggettivo,
tempo interiore: sospensione e fluttuazione. Le ritmiche potenti
rendevano l‚ascoltatore preda delle proprie emozioni più
animali e
concrete, suoni non fini ma appunto „radicali‰ nel connettere
il singolo
alla terra e alle sue energie di danza e di espressione in gesti, canti,
mani che battono, piedi che tengono il tempo. Si tratta di una musica
che
„mette i piedi per terra‰, e che li fa muovere, agitare, divertire∑
si è
„dentro‰ il corpo, dentro alle sue sensazioni. È una
musica che fa
prendere coscienza del corpo, lo si sente vibrare, risuonare, re-agire
alle stimolazioni potenti dei suoni bassi, che agiscono irrompendo
nell‚ascoltatore. I canti echeggiavano nella sala, e sapevano di
„lontano‰, creavano un cerchio, un dialogo con i suoni prodotti,
erano
una danza che, come un vortice, inghiottiva gli ascoltatori, coinvolti
nel ri-suonare. Tutte le musiche ossessive creano „gruppo‰,
aggregano i
corpi, catalizzano le coscienze facendo viaggiare la mente lineare sempre
nello stesso modo, che è circolare, ed è in quel moto che
la parte
razionale si stacca: è in standby, lascia vivere la nostra parte
più
ricettiva e ampia, che „non giudica‰, ma semplicemente accoglie
l‚esperienza-concerto, vive i suoni, e così non pensa in
modo frenetico.
Al concerto eravamo tranquilli, rilassati mentalmente, mentre il corpo
riscopriva uno spazio d‚azione in cui i suoni agivano sciogliendo
i
muscoli e addolcendoli. Una base musicale così piena di forza energetica
imponente occupava lo spazio, lo si sentiva denso e pieno; da quel
„pienone‰ energetico sgusciava fluido e flessuoso il sax,
che vorticava
libero in armonie colorate e imprevedibili. I suoni di Gebbia scivolavano
nell‚aria muovendosi su itinerari imprevisti, senza regole, davano
l‚idea
di libertà, di fantasia: si tratta di una musica che tracciava
itinerari
curvilinei che, se seguiti, portavano l‚ascoltatore dentro di sé,
nel
proprio spazio-tempo sospeso e tranquillo. In questo „viaggio‰
il sax
guidava l‚orecchio deliziandolo, mentre l‚imbarcazione andava
a „motori
spianati‰ con un contrabbasso, una batteria e un tamburo da „400
cavalli‰! La via qui esplorata è quella dinamica, che sprigiona
energie
radicali che smuovono dentro in modo dirompente, mischiata ad una via
più
delicata che è libera di esprimersi grazie al denso substrato sonoro
delle percussioni: nell‚intersezione tra le due strade sta l‚ascoltatore,
con l‚orecchio teso a cogliere i propri movimenti interiori.Gnawa:
schiavi, rituali e vortici sonori
Grossa parte della coloritura sonora del gruppo la faceva la voce, il
tamburo e le qarqaba di Mohammed El Badawi (in abiti tradizionali), che
nella loro ossessività disconnettevano dai ritmi del quotidiano
e
connettevano con l‚interiorità. Le qarqaba sono strumenti
ritmici
(idiofoni) molto utilizzati nell'accompagnamento delle danze, e sono fatti
generalmente di ferro, forgiato o grezzo: ricordano vagamente le nacchere
spagnole. La loro forma è a 8, con quattro crotali sovrapposti
a due a due
[3]. Il tamburo era di grandi dimensioni e Mohammed El Badawi lo teneva
a
tracolla mentre lo percuoteva con una bacchetta ricurva e una diritta.
«I Gnawa del Marocco sono i discendenti degli schiavi neri deportati
dai
paesi dell'Africa occidentale subsahariana (Mauritania, Senegal, Mali,
Niger, Guinea). In Marocco le loro pratiche ancestrali hanno subito
l'influsso del tasawwuf (sufismo, esoterismo islamico), portando alla
costituzione di una tariqa (confraternita, via mistica) che ha come
patrono il marabut Sidi Bilal, Compagno del Profeta e primo muezzin
dell'Islam.
Musicisti e danzatori, i Gnawa praticano una complessa liturgia
coreutico-musicale (lila, derdebà), che riattualizza il sacrificio
primordiale e la genesi dell'universo attraverso l'evocazione delle sette
principali manifestazioni dell'attività demiurgica divina, i sette
mlùk,
rappresentati da sette colori, scomposizione prismatica della luce-energia
originaria.
I mlùk sono evocati da sette "divise musicali", sette
cellule
melodico-ritmiche (um), ognuna delle quali, ripetuta e variata, dà
origine
a una delle sette suites che costituiscono il repertorio
coreutico-musicale del rituale dei Gnawa. Nel corso di queste sette suites
sono bruciati sette diversi tipi di incenso e i danzatori sono ricoperti
da veli di sette colori differenti.
Ognuno dei sette mlùk è accompagnato da un seguito di "personaggi",
identificabili dalla musica, dal canto e dai passi di danza: queste
entità, trattate come "presenze" (hadràt) che
il principio di coscienza
incontra nello spazio/tempo estatico (hal), sono messe in relazione con
complessi mentali e comportamenti umani. Scopo del rituale è reintegrare
ed equilibrare le energie fondamentali del corpo umano, le stesse energie
che sostengono i fenomeni sensibili e l'attività creatrice divina.
All'interno della confraternita, ogni gruppo (zriba) si riunisce attorno
a
una moqadmà, la sacerdotessa-officiante che guida la danza estatica
(jedbà), e a un ma`allem, il maestro del ganbri (liuto-tamburo),
accompagnato dai suonatori di qraqèb (crotali di ferro).
Preceduto da un sacrificio animale, che assicura il sostentamento per
la
serata, il rituale notturno inizia con l'apertura e la consacrazione dello
spazio, l'`aada ("abitudine", forma rituale), durante la quale
i musicisti
Gnawa eseguono una danza vorticosa suonando i qraqèb e due grossi
tamburi
a doppia membrana (tbola).
Il successivo intervento del ganbri apre il trèq (sentiero), la
successione, rigidamente codificata, del repertorio rituale di musiche,
danze, colori e incensi, che guida nel viaggio estatico attraverso i
dominî dei sette mlùk, fino alla rinascita nel mondo ordinario,
alle prime
luci dell'alba.» [4]
Nelle righe sottolineate si può vedere la funzione terapeutica
che la
musica svolge nei rituali tradizionali degli gnawa. Esattamente come
scoperto nel mio pellegrinare tesistico da guaritori, musicoterapeuti
occidentali, artisti, religiosi, antropologi [5]: la malattia si configura
come uno squilibrio energetico, che la musica (vibrazione „udibile‰)
aggiusta ri-sintonizzando il „paziente‰ sulle onde vibratorie
„corrette‰,
ovvero sulle lunghezze d‚onda di salute-equilibrio. Le musiche ad
hoc per
un mal di stomaco (ad esempio) non sono altro che le vibrazioni rese
„udibili‰ dello stomaco che sta bene: per effetto della risonanza
(noi
ascoltiamo con tutto il corpo), lo stomaco risponde agli stimoli musicali
ri-equilibrandosi. I ritmi dei rituali (non solo gnawa) sono ossessivi,
ed
è questa la chiave della terapia in musica: il corpo è in
un naturale
processo di guarigione, la musica deve accompagnarlo, e nel farlo servono
suoni appunto ripetitivi, rassicuranti, che non creino movimenti bruschi
se l‚organismo è debilitato. I suoni ossessivi possono essere
poi
vorticosi se è dinamica la meditazione per la trance, che è
un‚esperienza
in cui si sperimentano degli stati di coscienza modificati rispetto a
quelli quotidiani dominati dalle frenetiche onde cerebrali beta. Nella
trance l‚individuo (il danzatore estatico nei rituali gnawa) sperimenta
un
allargamento di coscienza, un ampliamento della sua capacità di
ricezione
delle energie sottili. In questo stato estatico la persona gode del
distacco dalle dimensioni di spazio-tempo, per assaporare il contatto
con
una forma di quiete e di beatitudine che non appartiene allo stato di
coscienza del quotidiano. I ritmi così impostati sostengono l‚individuo
nel suo processo di ri-equilibrio, sostengono il suo corpo nel
ri-assestarsi su ritmi di salute; il tutto in un processo in cui la musica
crea dei „vortici‰ nell‚aria che „materialmente‰
danno il ritmo al corpo
per riprendere a vibrare in modo ottimale. È interessante a tal
proposito
quello che ha scritto Elemire Zolla sulle ninnananne, che sono appunto
una
forma universale di musicoterapia „casereccia‰ dai ritmi ripetitivi.
Infatti è solo con ritmiche dolci e ondeggianti (culle sonore)
che si
facilita l‚addormentarsi del bambino: la voce della mamma non fa
che
seguire i ritmi che naturalmente portano alla fase di sonno. È
un gioco di
sintonizzazione reciproca.«[∑] Platone accennò al significato
filosofico delle ninnananne, che
considerava paradigmi di psicoterapia. Esse contengono la gamma dei
possibili archetipi in forma di moduli ritmici: la tensione al molteplice
si esprime nei giambi U ─, U ─, scandendoli, la madre
imita la
molteplice angoscia del bambino e così s‚insinua nella tessitura
dei suoi
più intimi polsi e a poco a poco vi immette tronchei e dattili
─ U,
─ U U, archetipi di distensione, di acquietamento. I polsi infantili
imitano chi li ha imitati, si lasciano sedurre e via via la madre li
intona all‚estatica unità che la solennità dell‚anapesto
rispecchia: U U
─, U U ─.» [6]
Jazz: Africa, Europa, schiavitù e i colori dell‚anima
Come abbiamo visto le musiche gnawa nascono in un contesto in cui la
schiavitù è la condizione originaria di quest‚etnia
marocchina,
esattamente come per il jazz, che nasce in America dagli schiavi africani.
Abbiamo quindi una matrice comune che si ri-incontra in Italia nei MLUK:
Africa e schiavitù. I corsi e ricorsi storici ci dicono quindi
che, al di
là degli aspetti culturali (ma bensì attraverso di essi),
l‚archetipo-della-schiavitù e l‚archetipo-della-liberazione
(ricerca delle
radici), s‚intrecciano in un tipo di musica istintuale che esprime
il
patimento e la forza della libertà. L‚archetipo della schiavitù
implica un
meccanismo di fondo che è nella direzione dell‚anti-vita,
ovvero dello
sfruttamento della vita altrui (meccanismo parassitario): repressione,
blocco, coartazione, distruzione progressiva: «Tu sei nulla, ma
come nulla
ti utilizzo finché mi servi, poi muori»∑ ecco l‚anti-vita.
La risposta a
tale archetipo, è l‚archetipo della liberazione attraverso
la ricerca
delle proprie radici, che si muove sul livello di rottura di un giogo:
il
meccanismo è il rompere le catene, sia fisiche che psicologiche.
Un mezzo,
per sentirsi liberi, è la musica, che come arte è immediata
e aggregante.
«Gli schiavi neri, deportati dall'Africa dal 1500 al 1865, si incontrarono
con gli europei giunti a colonizzare le Americhe, e dall'incrocio di forze
sotterranee di un popolo considerato istintivo (gli africani) e
dall'idealismo occidentale nato dalla Grecia classica e dal mondo
germanico fiorì una nuova forma culturale basata sulla creatività
istintività conviviale e sull'improvvisazione; vocale e strumentale».
[7]
Ecco delle radici che si congiungono, e che richiamano la nostra
tradizione culturale europea, che spiega perché il jazz abbia così
grande
terreno in Europa; per non parlare dell‚Italia, culla della tradizione
greca e terra di migranti, nonché terra di continue conquiste e
dominazioni.
«Nel sud degli Stati Uniti gli schiavi neri si mantennero legati
alla loro
musica e innanzitutto al canto; gli strumenti musicali portati
dall'Africa, in particolare i tamburi, furono infatti confiscati in quanto
i bianchi credevano che fossero usati per comunicare e per incitarsi alla
ribellione. Le canzoni, work songs, le plantation songs, avevano vita
per
vincere la condizione di inferiorità e assoggettamento al quale
erano
costretti e per non dimenticare la propria identità delle quale
i black
codes (codici per i neri) li avevano privati. La tradizione musicale
africana era collegata ad avvenimenti della vita quotidiana agricola e
pastorale e manifestazioni guerresche.
La tradizione europea fornì l'impulso per attingere da altre forme
musicali: la musica classica, i canti religiosi, le canzoni
folcloristiche, le musiche da ballo, le marce, le opere liriche, e infine
gli strumenti musicali dal pianoforte agli strumenti a fiato.» [8]
La creatività umana messa alle strette dalle catene e sospinta
dall‚istinto al movimento di matrice africana, ha fatto scattare
la
scintilla in quegli schiavi deportati che, non avendo nulla da perdere,
hanno liberato almeno la loro anima dal giogo delle catene. Da quella
condizione di emarginazione e di sfruttamento, il moto di ribellione,
spontaneo, animale, è nato per dire che l‚uomo non è
fatto per le catene.
Quella scintilla che ha dato vita anche al blues, al gospel, allo
spiritual, riecheggia ogni volta che si suona jazz: traspare, emerge,
galleggia tra i suoni, che sfregati gli uni con gli altri ridanno
sensazioni di libertà, libertà dell‚anima∑ tutto
quello che gli schiavisti
avevano era tutto quello che gli schiavi non avevano∑ e viceversa∑
E allora, che cosa spinge ancora a suonare jazz e ad ascoltare jazz? Le
catene ci sono sempre, visibili o meno, il jazz è un mezzo che
può
aiutarci non solo a trovare uno sfogo, ma anche a maturare una crescita
personale verso l‚indipendenza. Il tutto avviene a partire dalle
emozioni
che suscita, le quali inevitabilmente spronano all‚emergere delle
nostre
forze ribelli. La musica agisce nel subconscio, apre le porte della
consapevolezza, vediamo più nitidamente le nostre catene, sentiamo
le
energie che sprigiona in noi prevalere e guidarci verso scelte e azioni
di
cambiamento. Questo percorso passa da un linguaggio in cui prevale il
suono, che agisce sulla mente schiarendola, facilitando la presa di
coscienza dei moti dell‚anima, che se lasciata libera di „giocare‰
è in
grado di farci sperimentare un‚autentica libertà∑
Impulsi di libertà, battiti di cuore musicale,
note frenetiche, note addolcenti,
intima contemplazione interiore, sfogo disperato,
ferita storico-sociale, forza ancestrale,
radici pulsanti calde, ferite pulsanti calde,
impressioni sonore, colori nella mente,
spaccio di note a grappoli, paure,
angosce, malinconie,
gioie, esultanza, ribellione,
atti di rottura, introspezione,
viaggio nel Centro dell‚esistenza,
profondità dei drammi, sogni elettrici, visioni,
ascese spirituali, discese infernali,
velocità, lento meditare∑
∑Jazz∑
Note al testo
[1] www.musica90.net/manifestazioni.php?idCurrSheet=312
[2] Gebbia: sax alto, sopranino e c-melody.
[3] www.africainmusica.org/instruments/italiano/idiofoni/Quarqaba.htm
[4] Testo di Antonio Baldassarre: www.gnawa.net/gnawaitaly.htm
[5] Il titolo della mia tesi in psicologia clinica e di comunità
è: „La
musica come strumento trasformativo nei gruppi e nell‚individuo:
osservazioni su interviste e testi transculturali‰.
[6] Elemire Zolla, Archetipi, Marsilio, Venezia, 2005 (V ed.), pp. 48-49
[7] users.libero.it/supnick/
[8] users.libero.it/supnick/
*************************************************************************** PRESS ZERO
TOLERANCE:
in “Slovenia Sketches” Live al Teatro ITC di S. Lazzaro (Bo)
“ La prima serata ha visto gli Zero Tolerance chiamati ad accompagnare
una serie di filmati provenienti dalla cineteca nazionale slovena risalenti
agli inizi del secolo scorso e, data la formazione del gruppo, comprendente
Dj Max ai giradischi, Dj Fab ai CD e live electronics e Francesco Cusa
alla batteria, sarà facile comprendere come l'evento sia stato
connotato da un profondo senso di contrasto, che ha fatto della distanza
tanto temporale quanto essenziale tra le due forme espressive la sua chiave
di lettura.
..Musiche, suoni e rumori sono stati process(ualizz)ati dai due dj manipolatori
in ritmi elettronici ossessivi, feroci e martellanti, sui quali Cusa ha
innestato, con tratto puntillistico, una batteria spezzata e desolata.
.” ALL ABOUT JAZZ
“Recensione del concerto al festival di Huerta Cordel a Madrid”
El viernes le tocó el turno a „Zero Tolerance‰, cuarteto
italiano formado por Gianni Gebbia (saxo alto), Francesco Cusa (batería)
y los dj‚s Max Ferraresi y Fab Gregorio. Era una propuesta a priori
atractiva que se quedó en un fiasco, en gran medida por culpa de
los diyeis, que con su tapiz sonoro fabricado con ingredientes de lo más
vacuo y trillado, lastraron toda posibilidad de que la música despegase
hacia terrenos estimulantes. Gebbia, aunque parecía no tener un
buen día, demostró ser un (muy) buen saxofonista**. Por
su parte, Cusa sabe tocar la batería, y muy bien, pero prefirió
desplegar su vena humorística: y no se puede negar que tiene mucha
gracia, pero dejó demasiado de lado el aspecto musical. Claro que
frente a la rémora de los dos dj‚s, incapaces de proponer
algo interesante y de reaccionar a lo que hacían Gebbia y Cusa,
poco podía salir del encuentro.
*************************************************************************** PRESS FRANCESCO
CUSA:
FRANCESCO CUSA IN "MACCHINA DISORGANIZZATA"
“…quando dopo è toccato a Francesco Cusa sottoporsi
a questo strabiliante progetto l'atmosfera è cambiata, dal sogno,
dal surreale si è passato alla realtà, ai ritmi di una batteria
suonata con maestria, con forza e con inventiva che raramente si ritrovano
nei batteristi moderni. Ci si è trovati dunque in due mondi diversi,
affascinanti, contrastanti che poi in un fuori programma si sono frullati
in 15minuti di spettacolo puro, di energia raggiante di ottima musica…”
GIRO DI VITE
*************************************************************************** PRESS:
FRANCESCO
CUSA “SOLOMOVIE”: Su Buster Keaton
“..e, come se ve ne fosse bisogno, t’accorgi che per essere
moderni basta tornare all’antico. Con una piccola ‘correzione’,
magari: invece del pianista ‘allunato’ sotto lo schermo, schiavo
e padrone del film, un batterista all’opera che è anche il
solitario direttore d’orchestra di una ‘audio-remix-composition’.
E’ dunque Cusa, e nessun altro (salvo la sua traboccante consolle
‘mangiasuoni’) lui pure da schiavo-padrone, che commenta e
‘acccompagna’ un’autentica perla del Muto ‘Sherlock
jr.’ del 1924..Ebbene, rispettando appieno i tempi del film muto
(con cui il pubblico teneva perfettamente il passo, ‘spezzando’
i silenzi dei momenti più acrobatici con risate liberatorie per
le irresistibili prodezze di Keaton), Francesco Cusa ‘plays Buster
Keaton’, lo ‘suona’, sissignore, con un variegato, proteiforme
inseguimento sonoro. Dalle percussioni solenni - quasi da banditore -
dei titoli di testa ad ‘infiltrazioni’ d’ogni genere:
loops, fraseggi di musica elettronica, echi di ‘chansonnier’,
parentesi rock-pop ed ancora striature di pop e R & B. E con uno strumento
deciso e reciso come la batteria che riesce, infatti a ‘tagliare’
i fotogrammi e ricollegarli tra loro, realizzando, come dire, dei piani
sequanza del suono...l’entusiasmo di applausi e chiamate, alla fine,
nonché il buongusto della performance, ci porta di nuovo a saccheggiare
Woody Allen. Ma lo facciamo a ragion veduta: provaci ancora Sam”.
LA SICILIA“
FRANCESCO
CUSA SOLOMOVIE (Italy)
Buster
Keaton: Sherlock Jr.: projekcija nemega filma (screening of silent movie)
Francesco Cusa - bobni, razlic¹na tolkaka, igrac¹e, trakovi
(drums, percussion, toys, tapes)
Francesco Cusa, priznani bobnarski improvizator s Sicilije, c¹lan
razlic¹nih novojazzovskih skupin, kot so Trionacria, Zero Tolerance
in Switters, da nas¹tejemo samo najbolj znane in tiste s katerimi
je tudi nastopil pri nas, prihaja na Sotoc¹je s c¹isto posebnim
projektom. Imeli bomo namrec¹ priloz¹nost videti eno najvec¹jih
mojstrovin nemega filma, film genialnega komika in rez¹iserja Busterja
Keatona z naslovom Sherlock Jr., Cusa pa bo s svojim arsenalom instrumentov
ta film zvoc¹no podlagal. In s¹e vec¹ kot to, kajti tako
duhovita spremljava postane z¹e prava nadgradnja komic¹nim situacijam
na platnu in to nas sili v neustavljivi smeh. Domiselnost in izvirnost
Cuse je res enkratna.
Mojster bo v okviru letos¹nje Sajete vodil tudi celotedensko glasbeno
delavnico t¹The naked musiciansT¹, na kateri lahko sodelujete
vsi, ki vam je do glasbe, c¹etudi boste instrument drz¹ali prvic¹.
Kakrs¹enkoli instrument ali zvoc¹ilo prinesite s seboj in druz¹no
bomo odkrivali glasbeno vesolje.”
---
“Francesco Cusa, acclaimed Sicilian drummer, member of various nu
jazz ensembles the likes of Trionacria, Zero Tolerance and Switters, to
name just the best known that have already played Slovenia, is coming
to Sotoc¹je with a very special project. Actually, we'll have the
opportunity of seeing one of the greatest masterpieces of silent film,
a movie by the genius Buster Keaton entitled Sherlock Jr., while Cusa
will provide sonic background with his arsenal of instruments. Even more
than this, since such a witty accompaniment becomes a further development
of the comic situations on screen, delivering unstoppable laughter. Cusa's
ingenuity is truly unique.
The master will also be heading a week-long percussion workshop as part
of this year's Sajeta, and by applying and participating you will be able
to develop your skills on various percussion instruments.”
(Sajeta Jazz Fest)“
Parte
"JazzMovie" musica da guardare
Francesco Cusa esegue la colonna sonora di un film di Keaton
GIGI RAZETE (La Repubblica)
Storie
tragiche o di surreale comicità, documenti zeppi di irripetibili
virtuosismi o che catturano momenti magici di esplosione improvvisativa,
reperti dimenticati e fotogrammi ormai consegnati alla storia dell´arte
visiva e sonora: tutto questo e molto altro scorrerà sullo schermo
di "JazzMovie", la rassegna cinematografica sul jazz e sui suoi
miti che il Vicoletto di cortile Lo Presti 1 (zona corso Camillo Finocchiaro
Aprile) propone a partire da stasera con cadenza settimanale (ogni mercoledì
alle 23, ingresso con tessera annuale Endas da 5 euro più contributo
singolo da 3,5 euro, consumazione compresa) fino al 7 aprile.
Diretta da Massimo Merighi, "JazzMovie" si inaugura stasera
con "SoloMovie", insolita performance solitaria dal vivo che
il batterista catanese Francesco Cusa, tra i più fantasiosi artisti
di area sperimentale, svilupperà sulle immagini di "Sherlock
Jr.", celebre film del 1924 diretto e interpretato dal mitico comico
americano Buster Keaton (l´opera giunse in Italia col titolo "Calma,
signori miei!"). L´opera di Cusa, già presentata in
molte città europee con notevole successo di critica e di pubblico,
utilizza anche materiali audio tratti dal più ampio scibile musicale,
sia come frammenti elettronici sia come loops e strutture cicliche, e
costituisce in pratica una nuova colonna sonora del film di Keaton o,
per definirla con l´autore, una «audio-remix composition».
*************************************************************************** PRESS:PAOLO
SORGE "Trinkle Trio"
- PAOLO SORGE "Trinkle Trio"
with Michel Godard and Francesco Cusa - AUAND AU9003 (2003)..LINER NOTE:
"..I did describe the group as an orchestra, for in my mind's eye
I can clearly make out the various sections of brass, strings and percussion,
the imagination being one of the few liberties we still have intact. The
musicians of this group have deep-rooted, spiritual links with Monk's
enigmatic and visionary music..some people may be upset by the odd "pseudo-techno"
treatment; but then why should Monk's music not also provide valid dance
music? I feel Monk would have much preferred some of these more roguish
reworkings to many of the glossier and more tasteless imitations which
abound. Am I dreaming? Perhaps I am. But nobody can rob us of our dreams.
Well done, Francesco, Michel, Paolo. Bravi!"
Bruno Tommaso
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All About
Jazz Italia, Maurizio Comandini jan.2004
Trinkle Trio del chitarrista Paolo Sorge (pubblicato dalla pugliese Auand)
è un riuscito omaggio alle composizioni di Thelonious Monk, racchiuse
elegantemente da un prologo e da un epilogo scritti da Sorge stesso. La
scelta di utilizzare la tuba di Michel Godard al posto dell'usuale basso
consente una tessitura del tutto peculiare che permette impasti sonori
ancora più stralunati rispetto a quelli che già abitualmente
siamo portati ad associare alla musica del geniale pianista americano.
Il terzo lato del perfetto triangolo messo in campo da Sorge è
costituito dalla batteria di Francesco Cusa, prezioso punto di appoggio,
capace di farsi carico della tensione ritmica che procede immancabilmente
a strappi (altrimenti non sarebbe Monk), capace di efficaci soluzioni
poliritmiche che spesso ricorrono a soluzioni più da percussionista
che non da batteur. Due siciliani ed un francese, tre musicisti che non
hanno timori reverenziali e sanno prendersi le loro libertà con
le composizioni di uno dei giganti della musica jazz. Lo fanno con gusto
e con leggerezza, lo fanno con evidente passione e solida competenza,
lo fanno sperimentando senza remore le mille strade che partono dal mondo
di Monk per giungere ai suoni del nuovo millenio.
omandini jan.2004
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Jazzman,
Jean Buzelin nov.2003
Tout étonne et ravit dans ce très joli disque: le trio "sicilien"
du guitariste Paolo Sorge avec le percussionniste Francesco Cusa et le
tubiste Michel Godard qui garde toujours un oeil du côté
de la Méditerranée, le choix du sujet thématique,
Thelonious Monk exclusivement, et la fraîcheur, l'humour et la musicalité
qui s'en dégagent. On aura en effet rarement entendu Monk interprété
de cette manière et avec cet alliage instrumental. La guitare électique
et le tuba, qui en effectuent une lecture précise, à la
fois ouverte et orchestrée, restituent admirablement l'architecture
de chacune des compositions du prophète. C'est un travail intelligent,
plein d'idées et qui manifeste à l'écoute un grand
sens de la communication de la part des trois musiciens. Lesquels ont
dû prendre un grand plaisir à le réaliser. Voilà
qui donne tout naturellement l'envie de les entendre en direct et justifie
donc l'attention portée par le chroniqueur.
* * * *
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All About Jazz USA, Glenn Astarita feb.2004
Guitarist Paolo Sorge uses electronics in spots for this creative guitar-tuba-drums
outing consisting of Thelonious Monk compositions and two originals by
the leader. At times, the trio breaks these Monk works into tiny components,
only to reengineer various motifs into spacious forays. Essentially, it's
nice to hear modern jazz musicians inject their personal stamp into Monk's
songbook. Sorge, tubaist Michel Godard and drummer Francesco Cusa should
be applauded for their loosely visualized concepts and tight-knit coordination.
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Jazzitalia,
Marco Losavio oct.2003
Ma che avranno da dire ancora su Monk? Un'altra operazione che sfrutta
il nome di Monk, le sue statuarie composizioni. Queste, e altre, sono
state le mie prime considerazioni appena ho ricevuto il disco. L'ho inserito
quindi con uno scetticismo abbastanza elevato e le prime note mi hanno
creato addirittura "imbarazzo" da ascoltatore... Si ascoltano
suoni distorti, basso tuba che sembra vada per i fatti suoi, batteria
che cerca disperatamente degli spazi per inserirsi senza quindi porsi
un obiettivo ritmico ben preciso. Come lampi, quasi ad illuminare il cammino
in modo da aiutare nel ritrovare ... "la retta via", ci sono
frammenti di melodie di Monk, riconoscibili sempre, ovunque, comunque.
Allora l'ho riascoltato un'altra volta, un'altra volta ancora ed ecco
che ho cominciato a sentirmi più a mio agio, quei lampi sono stati
sempre meno necessari. Ho pensato alle composizioni di Monk come ad un
modellino di veliero composto da mille particolari che Paolo Sorge ha
avuto il coraggio di smontare, sicuro poi di poterlo ricomporre. Sorge
conosce bene, anzi benissimo, questo veliero e nel smontarlo ha provato
sicuramente una grande emozione perchè ha così scoperto
mille segreti, nascosti ai più, ma che rendevano il risultato finale
bello, statuario. Chiede allora aiuto a Michel Godard e Francesco Cusa
per il rimontaggio. Godard, con il basso tuba, sembra fare un po' il "saputone"
nel dire come andrebbe rimontato il tutto e Cusa, alla batteria, sembra
essere l'addetto alla catalogazione dei pezzi, creando però ancora
maggiore confusione. Sorge, dal canto suo, rimasto affascinato da quanto
ha scoperto, non resiste nel raccontare a cosa serve ogni frammento perdendo
di vista l'obiettivo iniziale. Alla fine si ritrovano con qualcosa che
non assomiglia affatto al veliero originario ma che ne contiene molte
parti, riconoscibili a prima vista, e la sapienza è stata quella
di aver salvato alcune delle parti fondamentali.
Non dimentichiamoci che Monk aveva il piano che a volte sembrava scordato,
suonava con una tecnica che i puristi aborrono, scovava dissonanze che
un orecchio poco allenato avrebbe rifiutato categoricamente, attendeva
l'ultimo istante ritmico possibile per prendere note che ci si aspettava
in altri momenti mettendo in difficoltà il "piedino"
che porta il quattro eppure, tutto questo, oggi, lo paragoniamo a qualcosa
di perfetto, statuario, incantevole. Paolo Sorge ha messo in piedi un
progetto di totale decostruzione dell'opera Monkiana salvaguardando tutti
gli aspetti appena menzionati tanto che alla fine posso affermare che
Sorge stesso, su questo CD, suona a-la-Monk molto più di ciò
che sembri, usa la chitarra come Monk usava il piano. E i suoi compagni
sono lì a creare colori, commenti e non a determinare il sound
di Monk. Godard contrappunta continuamente, o accenna le melodie, ma lo
fa con assoluta libertà senza doversi necessariamente porre in
attesa del momento del suo solo, così come Francesco Cusa abbandona
ogni schema ritmico per concedersi delle figurazioni sovrapposte al ritmo
di base stesso, perfettamente percepibile perchè è comunque
sempre rimarcato a turno da tutti, magari con qualcosa di essenziale,
ma c'è.
E così i brani scorrono uno dopo l'altro, senza pausa, e ognuno
lascia per strada qualcosa, un ricordo, un'emozione, un tentativo di innovazione,
a tratti coraggiosa ma forte del background dei musicisti.
Allora non posso che concludere dicendo: Monk! Per sempre Monk!
---
Famiglia
Cristiana, Roberto Parmeggiani aug.2003
Il titolo di questo disco, che nella realtà si riduce al nome del
gruppo che l'ha realizzato, avrebbe potuto essere Lo strano caso del dottor
Sorge e mister Monk. Strano perchè undici celebri composizioni
monkiane (Evidence, Trinkle Tinkle, Misterioso, Ask me now, eccetera),
strane di per sè, vengono ulteriormente straniate dai tre musicisti
qui all'opera, guidati dal chitarrista Paolo Sorge che, come un chirurgo
sadico, le seziona, le fruga nel profondo e poi ricuce in un risultato
finale affascinante.
Ancora, lo stesso organico all'opera nell'album è strano: oltre
al leader (che trae dalla chitarra elettrica effetti sorprendenti, usandola
spesso in chiave ritmica), ci sono il basso tuba corposo e irriverente
di un genio come il francese Michel Godard e la batteria ("etnica"
e leggera) di Francesco Cusa.
E dunque: musica strana, spigolosa, che cambia di continuo e che, conservando
intatti i grandi temi di Thelonious Monk, li trasforma in qualcos'altro.
Qualcosa di strano.
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Blow Up, Enrico Bettinello dic.2003
Nuova uscita per la piccola ma coraggiosa Auand, etichetta italiana che
traccia linee sempre coraggiose tra i nostri musicisti e altre realtà
del jazz europeo e americano. Il trio del chitarrista Paolo Sorge, completato
dalla tuba di Michel Godard e dalle percussioni di Francesco Cusa, affronta
con organico sghembo un repertorio obliquo per eccellenza come quello
di Thelonious Monk, scelta felice non solo perchè la timbrica consente
felici contrasti, ma anche perchè le composizioni del pianista
vengono affrontate in maniera mai banale, smontando dall'interno le strutture
stesse e rimontandole in [monkianissime] danze inquiete di modo da costruire
l'improvvisazione secondo forme piramidali. Bello.
7+
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Jazzit, Paolo Carradori nov/dic.2003
Il Trinkle Trio del chitarrista siciliano Paolo Sorge sceglie di immergersi,
come il nome del gruppo suggerisce, nelle splendide ma infide acque monkiane.
Eccetto il primo e l'ultimo brano (Prologo e Epilogo dello stesso leader)
vengono infatti rivisitate undici perle oramai patrimonio della musica
del '900, da Evidence a Misterioso, da I Mean You a Monk's Mood. L'approccio
del trio punta di preferenza a uno scardinamento del tessuto ritmico,
con ampi spazi improvvisativi, lasciando quasi inalterate le strutture
armoniche. In questa direzione il ricco e mai banale lavoro percussivo
di Cusa emerge con forza, mentre la tuba di Godard - leggera, ironica,
ricca di sfumature - illumina tutto il percorso del disco. La chitarra
di Sorge, concentrata a ricercare nelle partiture di Monk spazi sonori
e visioni, emerge con grinta in pochi e generosi soli. Un punto di vista
su Monk originale che rischia però, in alcuni passaggi, di divenire
formula omologando i brani.
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Jazzweekly,
Ken Waxman nov.2003
Programming a CD of jazz classics can be a mug's game, especially if the
compositions have a familiar resonance for many people. Play them too
close to the originals and they sounds like imitations; make them too
different and they sound like parodies. This brand-new CD by a Mediterranean
trio attempt to overcome the challenge. Although impressive, it is not
100 percent satisfying. POMO to the Nth extreme, Trinkle Trio is supposed
to be an example of "minimalistic repetitive patterns" -- according
to the booklet notes -- but instead appears to be a heavy metal take on
the music of Thelonious Monk. No jazz composition is sacrosanct, yet,
while the band lead by Sicilian guitarist Paolo Sorge understands Monk's
idiosyncrasies, the members often miss the craft that underlined even
his more astringent compositions. A touring unit, the Trinkle Trio laid
down these 13 tracks -- prologue, epilogue and 11 Monk tunes -- in 2002.
To some it may seem that the majority of pieces are played too uptempo
and with too conventional rhythm. Nevertheless hard thought obviously
went into the interpretations. It's just that while the trio has come
up with a solution on how to deal with familiar tunes, the solution is
unfortunately almost the same for each one. A ringer -- he's French, the
other two Italian -- tuba player Michel Godard has insight into these
sort of projects, having restructured ancient and/or atmospheric music
in period or POMO settings with the likes of French cellist Vincent Courtois
and sympathetic Italians like trumpeter Pino Minafra and percussionist
Tiziano Tononi. Percussionist Francisco Cusa, who like leader Sorge was
born in Catania, but now lives in Bologna, has worked with Sicilian avant
players like saxist Gianni Gebbia and created a solo sound track for a
Buster Keaton film. Yet here his rhythm sounds as if its inspiration is
more from Alex Van Halen and Iron Maiden's Clive Burr than Monk favorites
Art Blakey and Art Taylor. Part of the disconnect may come from Sorge,
who teaches, plays jazz and works on TV, radio and film projects. During
his schooling he took master classes from John Scofield, Joe Pass and
Joe Diorio among others and throughout he seems to be trying to force
the pieces into a guitar mold, rather than adopting his guitar playing
to Monk's vision. As early as "I Mean You" -- with the theme
carried by Godard's tuba -- the tune seems to have mutated into a shuffle
featuring Hawaiian guitar slides. Later, the tubaist's digressions on
the theme almost wilt beneath Sorge's distorted reverb and effects pedal,
so that the result is more "Telstar" than "Thelonious".
This Hawaiian reverb reappears on "Monk's Mood", with its balladic
tone heavy with delay from the guitar's bass strings. Although it shows
one of the few examples of his brushwork, Cusa treats the piece as exotic
nightclub fodder, with punished woodblock thwacks, whirl drum expressions
and Afro-Cuban percussion. What could be African junkeroo percussion,
chunka-chunka rhythm guitar beats and an extended tuba ostinato makes
its appearance on "Bye-Ya" as well. As the drummer continues
hitting his cowbell, Sorge involves himself in Hard Rock-style, razor-sharp
flat picking and slurred staccato riffs extended with effects pedal distortion.
It's a glimpse into what would happen if Al DiMeola and Billy Cobham ever
decide to play Monk. Putting aside the overdone arena rock guitar rasping,
tremolo distortions and the time the drummer seems to suture a reggae
backbeat onto another tune, the only other real disappointment is "Crepuscule
with Nellie," a tender tune Monk wrote for his wife. Using a wah-wah
pedal to project slurred feedback and repetitive tones, Sorge seems to
encourage Cusa to thrash different parts of his extended kit, and symbolically
goose Godard's tuba line enough so that the Frenchman appears to be taking
some undignified hops away from the melody. Reverb from the guitar seems
to suggest that Nellie's twilight is in the 1960s in Haight-Ashbury with
Quicksilver Messenger Service, not the 1950s in San Juan Hill with Monk.
Some experiments are more memorable, though. "Friday the 13th"
works as crackling, low-pitched thematic variation, bisected by slap tonguing
issuing from Godard. Cusa adds speedy paradiddles and Sorge gives up chicken
scratching and reverb distortion to double the tubaist's thematic line.
"Little Rootie Tootie" is looped with some tremolo knob effects
that keep the melody spiky, although the vaudeville-style drumbeats could
be been lost. "Evidence" gains an expansion of time and volume
as Cusa plays half-step percussion, Sorge's volume knob distorts the undertow,
and Godard vaults to his top range to squeal out grace notes. Though unique,
Trinkle Trio works less well, since at times reconstitution of the compositions
seems to negate their original intent. With this lesson internalized and
his obvious technique intact, perhaps Sorge will score more unequivocally
another time out with less distinct source material.
---
Ritmo, Alberto Bazzurro oct.2003
... e chiudiamo con un altro lavoro firmato da un giovane (trentacinque
anni, in verità, ma oggi sono pochi), il chitarrista Paolo Sorge,
che nell'ottimo "Trinkle Trio" (Auand) si accompagna al tubista
francese Michel Godard e al batterista siculo-bolognese Francesco Cusa.
Il disco ha la particolarità di chiudere a sandwich, fra un Prologo
e un Epilogo a firma del leader, undici temi di Thelonious Monk, sottoposti
a un trattamento che, anche per le particolari timbriche del gruppo, può
ricordare per certi versi le analoghe operazioni compiute anni or sono
dal trio di Paul Motian con Bill Frisell e Joe Lovano. Attraverso percorsi
al tempo stesso morbidi e accidentati, le riletture più apprezzabili
- ma non ce n'è nessuna che non sia tale - sembrano coincidere
- e poi va molto a gusto personale, anche per il tema prescelto - con
I Mean You, Evidence, Bye-Ya, Crepuscule With Nellie, Ask Me Now, Monk's
Mood e Little Rootie Tootie. Un album che rappresenta un vero piacere
per l'orecchio, devoto e irriverente quanto basta (oltre che sempre elegante)
per far parlare di un piccolo capolavoro.
---
Musica Jazz, Antonia Tessitore mar.2004
La musica di Monk non è facile da rimodellare: possiede al suo
interno legami forti, difficili da smembrare, e non è un caso che
siano relativamente pochi i musicisti che vi si misurano in maniera approfondita
(finanche John Coltrane ha avuto le sue difficoltà). Tra gli "specialisti"
vengono in mente Steve Lacy, Misha Mengelberg, Umberto Petrin e ora dovremmo
forse aggiungere il nome del chitarrista catanese, che alle composizioni
di Monk ha dedicato "Trinkle Trio", un'opera prima coraggiosa
e convincente che non esita a portare il repertorio monkiano su terreni
ben lontani dalla forma originaria, lavorando su alcune caratteristiche
della musica - sospensione, ripetizione, silenzio, asimmetria - ma soprattutto
sul materiale tematico.
Ed è qui che Sorge rivela le proprie abilità non solo di
strumentista ma anche di compositore, nella capacità di cogliere
le potenzialità generatrici e centrifughe delle melodie (a volte
persino di piccoli frammenti, semplici intervalli o figure ritmiche) senza
mai distaccarsene completamente. Tali evocazioni prendono corpo negli
abissi della tuba di Godard o nella chitarra inquieta di Sorge; appaiono
e scompaiono - ripetute, distorte, frammentate, dilatate, sdoppiate o
sovrapposte - all'interno di un tessuto ritmico mobile che alterna pulsazione
regolare (rock, dub, drum'n'bass) a fraseggio libero. Chi opta per la
conservazione della tradizione in stile Marsalis storcerà il naso;
gli altri potrebbero invece gioire di uno sguardo inedito sulla musica
del grande pianista.
*************************************************************************** PRESS:FRANCESCO
CUSA/SAADET TURKOZ DUO
“Saadet Turkoz e Cusa, uno straordinario incastro: riuscito esperimento
musicale a Scenario Pubblico: ..un inquieto, talentoso batterista occidentale
da un canto e dall’altro una vocalist straordinaria..un duo formidabile
nel concerto ‘Memory is everywhere’..è stato un incastro
perfetto du culture e culti, osmosi e simbiosi a un tempo. Cusa accende
i motori con un’improvvisazione articolata e variegata: è
strepitoso alla batteria che talvolta ‘sfruculìa’ con
fogli di carta, pezzuole e una sorta di birillo che un attimo dopo userà
come finto microfono..tutto è suono e tutto suona. E non per sperimentalismo
di maniera ma per vera attitudine all’esperimento musicale che non
fa che scoprire talento,talento,talento. In una parola, interpretazione.
Successo scalmanato e meritato, alla fine”. LA SICILIA
Cusa e Turkoz, sperimentalismo puro:
“Siano foulard o le più canoniche bacchette i suoi strumenti,
le ondate timbriche delle percussioni di Francesco Cusa si innestano sulle
melodie rarefatte della voce di Saadet Turkoz...nonostante l’algidità
di alcuni passaggi il coraggio di questa sperimentazione rimane straordinario..e
se Francesco Cusa riesce a strappare sonorità, lungo il suo irriverente
ed autoironico contributo alle percussioni, anche da una bottiglia di
plastica, Saadet ne spazia l’ardire con interventi surreali, arie
ipnotiche, quasi caricature foniche, esaltate da una performance finale
tutta fisica...”
GIORNALE DI SICILIA
*************************************************************************** PRESS:CRISTINA
ZAVALLONI OPEN QUARTET
CRISTINA ZAVALLONI OPEN QUARTET
When You Go Yes Is Yes
(Felmay/IRD)
RRRR
Gran bella razza, i curiosi: sempre lì, pronti ad annusare qualsiasi
coserella e a giocarci fino al prossimo bagliore che coglierà la
loro attenzione. Se poi, il curioso è anche un pizzico folle e
tanto, tanto bravo, beh... allora si comincia a sconfinare su un altro
termine: geniale. Cristina Zavalloni, bolognese, classe 1973, attitudine
naturale al canto e studi al conservatorio Martini della sua città,
è soprano sui generis e compositrice disinvolta. Tra un sodalizio
con Louis Andriessen (non a caso in passato mentore di Cathy Berberian)
e la messa in scena di "Act Of Beauty", che Michael Nyman ha
scritto appositamente per lei dopo averla ascoltata a Londra, Cristina
si propone con questa registrazione di un concerto tenuto ad Utrecht un
anno fa. Nelle 11 esecuzioni è sostenuta e sospinta dal suo Open
Quartet, mirabile formazione jazz secca e scapigliata, incisiva e mai
autoreferenziale, che ne valorizza timbrica e passaggi vocali come raramente
accade di ascoltare. Il repertorio è formato tanto dalla celebre
"Youkali" di Weill/Brecht (dove traspare l'ammirazione verso
la Galas), che da scherzi della natura quali "Le soleil et la lune"
(monsieur Charles Trenet) o "Il ballo del mattone" (dopotutto
Rita Pavone all'estero è ancora uno dei migliori biglietti da visita
del pop italiano, chiedete a Morrissey), resi con levità e istrionismo.
Il resto, frutto del sacco della Zavalloni, saltapicchia da un brillante
vocalese in odor di Manhattan Transfer dei tempi migliori ("Afro
Tin-Tin") alla bellissima, nervosa e cazzuta "Jim Song",
il gioiello del disco.
Alessandro Bolli
Cristina
Zavalloni @ Swingin' And Swimmin' Piscine Comunali - Bari, 4.08.05 _Foto:
Fabio Ciminiera
_Vivacità. Tenacia e rispetto per il pubblico. Totalità.
Particolarità. Sfortuna. Colori. Acqua.
Metatesto è, nella normale accezione delle pagine web, un artificio
che consente alla pagina di avere una lista di parole, nascoste nella
visualizzazione, che la rendano rintracciabile nei motori di ricerca;
vale a dire, parole che vengono elencate per condurre verso il testo scritto.
In questo caso, parole che conducono attraverso un'esperienza più
che un concerto, visto lo sviluppo della serata.
Colori.
La luce variabile del palco, il contrasto con l'azzurro splendente delle
acque delle piscine subito di fianco; il giubbino di pelle e il vestito
chiaro, il rosso che illumina il contrabbasso e la batteria e il nero
del pianoforte e del cielo, i lampi e gli aerei che hanno percorso il
cielo alle spalle del palco.
Vivacità.
Per Cristina Zavalloni è impossibile star ferma: nell'intervista,
nell'accogliere il pubblico nel gazebo, per la prosecuzione del concerto
durante l'acquazzone, e, ovviamente, nell'esibizione dal vivo. Sfruttare
il movimento costante, le pulsioni del carattere per gli effetti scenici,
per l'utilizzo del diapason, per la creazione musicale e la conduzione
dello spettacolo. La prova dell'Open Quartet, come è anche riportato
dal disco, come visto nel soundcheck, purtroppo più lungo del concerto,
e nell'apertura del concerto stesso, è quella di unire gli elementi
visivi e teatrali alla musica, di sottolineare suoni, frasi e incroci
di linee con sguardi, movimenti e sorrisi, di offrire una performance
completa nella quale possano trovare spazio tutti gli elementi musicali.
Sfortuna.
Purtroppo il concerto è stato interrotto dalla pioggia. La seconda,
simpatica quanto breve, parte del concerto si è svolta nel gazebo
all'ingresso della piscina. Purtroppo un acquazzone si è rovesciato,
senza pietà, su Bari dopo che Cristina Zavalloni e il suo Open
Quartet avevano eseguito i primi quattro brani del programma. All'interno
del gazebo, la seconda parte del concerto è iniziata con due perle
della cantante, eseguite in solitudine mentre i tre musicisti attrezzavano,
al meglio possibile, i loro strumenti; una versione di Goodbye Pork Pye
Hat, con le parole scritte da Joni Mitchell; brani principalmente svolti
con il supporto del contrabbasso di Antonio Borghini, l'intervento di
Francesco Cusa, con rullante e charleston, e di Fabrizio Puglisi con una
tastierina elettrica che, con le sue intonazioni particolari, ha causato
un divertito gioco di scambi di suoni. La mancanza di amplificazione e
il calore sprigionato dall'ambiente non hanno permesso una più
lunga esibizione del gruppo.
Particolarità.
La cantante che si accorda con il diapason; l'ambiente delle piscine,
con i suoi colori e i suoi brusii, con l'acquascivolo a fare da parete
scenica; il bambino, seduto in prima fila, catturato dalla performance
della cantante nella seconda parte, rapito dai movimenti e dalla voce;
i vocalizzi della Zavalloni, prima del sound-check; lo sguardo di tutti
rivolto al cielo, nel pomeriggio, nell'avvicinarsi alle sedie e nell'approssimarsi
del concerto, nella speranza di allontanare le nuvole.
Totalità.
Open Quartet, When you go yes is yes, improvvisazione, jazz, influenze,
citazioni, espressioni e recitazione. Parole, espressioni, implicazioni
che danno il significato totale della performance. Quando ti decidi, devi
andare, non puoi più tirarti indietro: è una frase di Jim
Song, il brano che chiude il disco e che avrebbe chiuso il concerto, che
riassume molto bene la filosofia del gruppo. Così come ne descrive
bene le intenzioni il nome: apertura, voglia di aggiungere, coinvolgere,
mescolare e dare una propria lettura a tutte quelle che sono le ispirazioni
e le influenze dei quattro musicisti, dalle esperienze classiche della
cantante ai lavori sperimentali di Francesco Cusa. L'atteggiamento del
gruppo è quello di inserire, travolgere, restituire in forme nuove
o paradossalmente vicine all'originale, di travagliare ed elaborare il
materiale sonoro che investe: un materiale che si muove sugli aspetti
ritmici di Afro Tin-Tin e sulla poesia surreale de Le Soleil et la Lune,
sulla recitazione e sul groove di Jason e sulle esplorazioni brasiliane
dell'ultimo brano precedente l'acquazzone... e che ha toccato la Sardegna,
Mingus e l'opera lirica nel gazebo, Rita Pavone nel disco e il Bolero
di Ravel nel sound-check.
Acqua.
Sarebbe bastata quella delle piscine... e, invece, è venuto giù
il finimondo...
Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2005