life is

everywhere

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Life is everywhere

* Inauguriamo il 2006 con stralci di questa mia serie di racconti che intenderò pubblicare in futuro. L'idea è quella di metterli in rete man mano, nel loro farsi. Sono accettati pareri via mail.

NOVELLE CRUDELI

Il countdown dell’alcolista

Da quando gli era apparsa la Morte la sua mano aveva smesso di tremare.
- Ti mancano tremilaquattrocento bicchieri poi morirai – disse, poi scomparve.
Stefano si era ripromesso di far finta di nulla, e per la verità anche in quei giorni aveva continuato a bere come al solito.
Però ci pensava.
Non che avesse paura di crepare, tutt’altro. Anche per oggi, ed erano solo le quattro del pomeriggio, ben tre rum e coca.
- Rum e coca.
Aveva bevuto sempre e solo rum e coca.
Tutta la vita.
E lo capì togliendo l’esotica fettina di limone
- Non si mette, imbecille – digrignò fra sé e sé sorridendo all’incauto barista.
- Il metodo – pensò, mentre portava a spasso il cane.
Il metodo. La coazione a ripetere lo stesso drink.
Che la Morte fosse venuta per questo?
- Ma và -.
Come se al mondo potesse essere il solo.
L’unico ad aver bevuto sin da piccolo coca e rum.
Il solo abitante della Terra a non aver toccato birra, vino o whiskey,
Possibile.
Quasi strozzava il cane al numero tremilatrecentosettantuno.
- Piscia, non rompere il cazzo, cane di merda! – urlò in silenzio a cane e passanti impiccioni.
- Non posso essere così idiota – decise entrando in un altro bar.
Non aveva più intenzione di badare a quel suo sciocco delirio. Non gliene fotteva un cazzo di crepare. E poi c’era quello stronzo di cane ad aspettarlo fuori.
Un bicchiere. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Fuori il diluvio.
Lui a fissare il suo botolo col collare.
Il suo botolo col collare a fissare lui amorevole.
La porta a vetri del bar.
Pioggia.
Acqua.
Cane.
Fradicio.
Bevve l’ultimo, pagò ed uscì fuori ad abbracciare qualla povera bestia.
La strinse a sé cercando di scaldarla,mentre sopra di loro s’abbatteva il Niagara.
- Sono proprio uno stronzo – pensò dando un calcio alla porta per chiuderla.
Asciugò per bene coprendola di baci la sua Luna con la stessa tovaglia da tavola.
Si versò un altro bicchiere, il tremilatrecentosessantaquattro.
- ‘Fanculo.


Storia della formica e del bambino ciccione

Poco più in là dello zerbino stava una formica spiaccicata.
Era stato un grasso bambino al quarto salto a renderla poltiglia.
Un bambino del quarto piano.
Un bambino di nome Ciccio.
- Ti prego, ti prego, ti prego! -, urlava.
Primi due faticosi salti.
- Ti scongiuro! -, saltellava disperato.
- Ancora una! -, ed era il quarto balzo di ciccia.
Voleva ancora merendine. Non era mai sazio.
La formica Silvestro doveva proprio in quel giorno andare in sposo alla Regina Madre. Portava seco un prezioso dono. Un dono di rara fattura, antico come il mondo.
(Ma il quarto balzo capriccioso del bimbo Ciccio aveva in un istante polverizzato una delle più importanti microstorie di quel nobile ordito di trame e di avventure, tutt’assieme ascrivibili all’imperscrutabile intarsio di segni e rimandi che dovrebbero condurre, se decifrati, al sigillo del Crittogramma Imponderabile, monade preziosamente custodita nel Palazzo dell’Immane Lunedi sotto forma di canna di bambù, e perennemente vigilata dal Guardiano Silente).
- Ciccio, sei veramente un ingordo! Questa è l’ultima per oggi! -, disse una spazientita ed arrabbiatissima mamma.
- Urrà! Urrà! -, saltava Ciccio scartandola, goffamente una quinta ed una sesta volta.
– Com’è buona questa all’albicocca!
Ne fece un sol boccone barcollando giù per le scale.
1..2….3…4..5…contava i gradini, lui.
“…bicocca..”, ovvero l’involucro accartocciato della merendina, tra il quarto e il quinto scalone.
Una ragnatela all’angolo, lì vicino alla piccola finestra giù per la tromba delle scale.
La macchia d’umido qui in basso.
La ruggine sulla ringhiera.
Rumori ovattati e odore di fritto al secondo piano.
La plafoniera senza una vite e piena di insetti.
Il contatore che si stacca.
Graffi di scarpa sull’intonaco.
Squarci violenti di sole per condomini refrattari.
Equilibri di masticazione.
La vertigine fascinosa del limite gravitazionale.
Qualcuno che da qualche parte evoca l’ascensore.
Rumori sordi versus stridore sinistro.
La battaglia sonora dell’epica condominiale.
Il marmo del quarto gradino chiazzato di rosso.


Mascella di ferro
Era perfettamente mimetizzato.
Nella sua nuova forma aveva scelto di chiamarsi Carlo.
In tutto e per tutto uguale ad un uomo di nome Carlo.
Certamente, per quella che era l’idea di tempo dei terrestri, era immortale, anche se Carlo lavorava, amava la musica, era esperto di elettronica e mangiava; colazione, pranzo, cena, come tutti gli umani.
Per complicarsi un po’ la vita addirittura si professava vegetariano.
Era perfettamente pieno di difetti, un perfetto essere umano.
- Prendo verdure grigliate, grazie -, ripeteva spesso, e quando era con gli altri si ingozzava.
Era nervoso e irascibile ( li odiava tutti gli umani), ma era nervoso e irascibile come chiunque.
Kkkrwzzzzsss era mimetizzato nell’osso mandibolare del suo terrestre involucro; era la mandibola di quel Carlo.
Kkkrwzzzzsss aveva anche una fidanzata che diceva d’amare.
- Ti amo però non passeggiamo mano nella mano -, sussurrava metallico a Valentina, ironizzando,un po’ come fa l’iceberg di passaggio nei confronti della banchisa, e a dispetto del suo blocco mascellare.
Le donne all’inizio lo trovavano attraente, poi, da animali femmine, fiutavano quel non so che di alieno e senza un perché lasciavano all’opificio feromonico il compito d’eclissarlo.
Non era così per Valentina, donna focosa e passionale ma assolutamente egoista. Lei trovava Carlo perfetto e funzionale in quanto le consentiva di essere tutt’una con l’amore di sé.
Ebbero una figlia. La chiamarono Clarissa.
Per quello che era il tempo dei terrestri, Kkkrwzzzzsss, con scadenza trimestrale andava a nutrirsi. Andava in luoghi isolati di mare, ed aprendo la bocca traveva a sé l’energia vitale dall’universo. Era un’operazione che richiedeva circa ventiquattr’ore: la bocca aperta fungeva da collettore, il mare da enorme bacino attrattore.
Era l’ultimo dei Divoratori di Mondi, della stirpe antica dei Kionyassshtzsss e su di lui si arano concentrati gli sforzi dell’intera specie prima della catastrofica scomparsa. Era l’enorme sacrificio di una stirpe atto a garantire la continuità in un unico esemplare.
Un mattino di ricarica, la bocca aperta, Kkkrwzzzzsss non aveva scelto come sempre un luogo di mare appartato. Era sceso nei pressi della spiaggia vicino casa. Del resto era inverno, c’era un tempo da lupi, ed era stanco, da molte vite stanco. Gli eoni trascorsi ad incamerare vite, ad accelerare processi entropici, lo rendevano prossimo a quello che per gli umani potrebbe definirsi uno stato accidioso.
- Maledetto cosmo -, urlava nella sua smorfia orendamente muta, mentre divorava sistemi distanti.
Clarissa, la margheritina bagnata fra le mani, le treccine bionde, il fiocchetto rosa di una bella bambina di sei anni, era scesa giù in spiaggia per il sentiero di sassi che da casa conduceva alla spiaggia, nonostante la brutta giornata e disobbedendo di quel poco alla mamma
Scorgendo lontano il padre di spalle, in ginocchio, i neri capelli furiosi e frustati dal maestrale, il vestito gualcito nel grigio di tutto, di mare e di cielo, gli si fece di presso, indugiando alle spalle.
- Papà che fai? -, un po’ sussurrando fra i mulinelli di sabbia.
- Ehi! -, tirandogli la manica, e sorridendo divertita.
Fu con la coda dell’occhio che Kkkrwzzzzsss scrutò quell’insulso essere umano.
Impassibile, nella sua orrenda smorfia, nel reclinare il capo e la mascella verso il basso, Kkkrwzzzzsss aveva compreso che era giunta l’ora di farla finita coi Kionyassshtzsss, con questo insopportabile pianeta. Ed era stata una decisione ferma, secca e risoluta, un po’ come si fa quando, tra le chiacchere del dopo cena, si spezza in due lo stuzzicadenti.

Il quadro
Lo aveva terminato.
Un enorme occhio aperto nell’orrore di un nero seppia da incubo.
Aveva speso una vita intera a cercare la sua opera e finalmente era soddisfatta del risultato, forse per la prima volta, anche se con inusitata solerzia aveva cercato la porta del bagno.
Sciacquarsi subito le mani nel lavabo.
Raffaella osservava il piccolo gorgo d’acqua nera perdersi sinuosamente, ed era come se attraverso quel mulinello stinto avesse potuto scorgere la sua stessa anima nell’atto di dileguarsi secondo un processo d’annichilimento a spirale, ipnoticamente giù verso l’urlo della condotta fognaria.
Qualcosa di sé sorrideva allo specchio.
Stanca, di una stanchezza lucida che non le dava respiro, nel chiudere il rubinetto aveva istintivamente chiuso gli occhi.
Un lungo stacco d’oblio, denso di forni a microonde a scongelamenti di filetti di platessa, nonché di cronache e servizi sulla malasanità, la separò da ciò che accadde dopo poco.
Fu nel pattume aperto, vuotando i resti della cena da un piatto, che vide quel gatto nero di morte, neanche troppo mimetizzato dai rifiuti. Erano circa le ventidue.
Chi mai poteva essere stato? Lei era sola da almeno tre giorni.
Nessuno in casa.
Nessuno che fosse venuta a trovarla.
Sfigurata da quel mondo di scarti, come incastonata in un assurdo mosaico di rifiuti, quella bestia morta stava a fissarla, con quegli occhi da gatto aperti nella voragine domestica del neon.
Chi.
Lentamente indietreggiando per sottrarsi a quello sguardo e dopo aver sbattuto il fianco sul lavello, nel fragore frantumato del piatto, Raffaella aveva creduto di aver avuto un’allucinazione. Si riavvicinò.
Stranamente con le dita, frugando bene tra una buccia di banana ed i resti di un’arancia ferita a morte, ne aveva sondato la peluria, dapprima con riluttanza, poi con brivido d’orrendo piacere. Dopo essersi ancora una volta ritratta, disgustata dalla sua stessa mancanza di disgusto, non aveva potuto che spegnere la luce, per rifugiarsi con la coda dell’occhio verso il corridoio.
Ma da quel cestino, il deforme diamante impreziosito dalla tenebra, l’orrendo flash dell’occhio felino, sembrava dischiudere il sipario e le luci della ribalta di un assurdo Grand Guignol domestico.
Nel corridoio, come da un film di Cronenberg, l’immane occhio premeva sulla bidimensionalità del quadro facendosi sclerotica, bianca, oscena, melvilliana sclerotica, candore abnorme ed aborto di lucore alieno in quella bastarda ed incestuosa relazione con quelle tenebre senza nome.
Occhi.
Ovunque.
Una mostruosa danza di bulbi oculari sonorizzata da una mefitica musica dello sguardo e orchestrata da un Satie decollato e in moncherini, trainato come un giocattolo rotto da una cordata di minicilopi per un grottesco andirivieni sabbatico dalla saletta alla camera da letto,
Un orrore di fracasso per sordomuti che aveva, a sprangate, piegato le ginocchia di Raffaella, come in un vessatorio occidentale voodoo.
Prostrata,le mani alle orecchie, gli occhi inutilmente chiusi in una morsa adipica, aveva implorato un perdono senza nome, aveva urlato una pietà senza storia, aveva implorato un dio in impermeabile e di spalle per un giorno di pioggia.
Dalle persiane i barlumi dell’aurora annunciavano una splendida mattina.
Tra poco sarebbe stata l’alba di un giorno di maggio in cui sarebbero maturate molte fragole e ciliegie.

Voglio una donna mediocre!
Non era come tutti gli altri uomini.
Certo a voltarsi si voltava, soprattutto d’estate, all’imbrunire, quando le minigonne si facevano svolazzanti e le gambe abbronzate. Ma era cosa che faceva lentamente, senza quello scatto frenetico che da quelle parti era quasi un “tic”, pian piano torcendosi il collo nel tirare un po’ a freno il suo passo colle redini della coda dell’occhio. Un po’ come sprecare uno sguardo verso una nave lontana.
Agli amici e complici di una vita vissuta sull’orlo di un anticonformismo squadrista amava ripetere il solito refrain di circostanza: – la mia deve essere una donna mediocre; una che non si atteggi, che non sia bella e soprattutto che non rompa.
Vai a capire poi quanto di tutto ciò fosse corrispondente al vero e quanto fosse invece portato alchemico di commutazioni tra neuroni, dopo lustri di collassi pulsionali, scioglimenti di matasse e psicogangli dolorosi.
Rimane il fatto che era un uomo oramai strutturato su questo paradosso ideale, da lui brandito come un vessillo di peculiarità e consapevolezza, una di quelle cose che si dicono così per distinguersi incautamente, e che finiscono poi, a lungo andare, col cristallizzarsi in dogmi del gusto e del dediderio brandito.
Come questa casamatta di cartone dovesse accartocciarsi fu a lui chiaro fin da subito, pochi giorni dopo la frequentazione con Laura, donna non bellissima ma affascinante, dalle lunghe cosce e dalle splendide mani, ammaliatrice di provincia che in altri tempi sarebbe stata messa al rogo in quanto strega, capace com’era, con un solo sguardo rivolto alla zuccheriera, di scrostare la miseria della maschile spoglia carnale , offrendo alla platea crapulona il patetico fremito dell’anima, come di insetto catturato e crocifisso con la puntina da disegno.
Era un’Erinni ferita: ridotta in moncherini da un padre onnipotente e punitivo, aveva maturato un sadico piacere nel rosolare nel fuoco i maschi più fragili, in ciò non riuscendo a lenire quella sua sete di vendetta, impraticabile del resto nell’epoca del villaggio globale, giocoforza commutata in forme d’abbandono, come di giocattoli rotti al rigattiere di un tempo.
Si era interessata a lui quasi per capriccio, con un vezzo domenicale ammantato di neghittoso azzardo, durante un aperitivo del tardo e stiracchiato pomeriggio: ne aveva studiato la titubanza malcelata, quel suo essere al contempo dentro e fuori dal gruppo, l’imbarazzato contegno gestuale in quanto unico corpus intelligibile di preziosi indizi rivelatori. Istantaneamente aveva ricomposto e decifrato quell’apparente caotico puzzle con gli scarti espressivi sfuggiti alla corazzatura del corpo psichico oramai imploso nell’armatura dentale, in una sinistra sonora corrispondenza tra i malcelati “tic” della vittima e gli strategici tac” dell’incastro della sua spietata mappatura.
Lo fece a pezzi in sei mesi.
In poco tempo finì coll’inibire le sue velleità da hacker, riducendolo in un doppiopetto gessato che lo coprì di ridicolo agli occhi dei suoi cinici amici.
In una settimana già dominava il fragile equilibrio del suo sistema neurovegetativo che non poteva reggere ai forsennati e bestiali accoppiamenti cui lei lo costringeva, ora sbavando e contorcendosi come un’ossessa, ora ritraendosi algida e sdegnosa come se l’intero pianeta le venisse a disgusto.
Lo lasciò solo, in un giorno di aprile, nudo nella vasca da bagno a piangere come un vitello con in braccio l’ennesimo inutile regalo, in una zaffata di profumo di gelsomino, con i tacchi a distillare ogni suo passo, e senza neanche sbattere la porta.
Era ormai autunno. L’orologio a pendolo segnava aguzze le tre del pomeriggio, la porta a vetri dava sull’orto. Un pettirosso stava sull’albero dei mandarini mentre la stufa di ghisa era ancora impolverata. In quel cielo grigio come quello dei colori a tempera, Emiliano ricordò sua nonna. Sorrise bambino ripensando a quella stessa casa in una giornata come questa, con la nonna che preparava il biancomangiare e poi cacciava via il gatto.
Si sparò un colpo alla testa ed i grumi di cervello andarono a finire sul portafrutta, assieme ai melograni comprati al mattino.

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Si rinnova il mito di Oloferne. Non scandalizzatevi. Nel senso che questa è la nuova Apocalisse, certo non definitiva, nel senso cristiano della fine di tutte le cose, bensì transitoria, al nuovo avvento dei "barbari illuminati". (Daltronde vi invito a riconsiderare storicamente la posizione dei primi ebrei o dei primi cristiani, ad es., ovviamente Giuditta=Bin Laden..ecc.ecc.) I virus cancerosi dell'Occidente morente, già si spargono e ci condannano alla sacrosanta fine. Non temete! Tutto ciò è salutare e positivo per il ns pianetino ed in un certo senso siamo fortunati a vivere la fine della nostra età dell'oro, del ns "decadentismo definitivo", della nostro aureo "periodo adriano"...chiuderemo sempre più le frontiere anziché aprirle, come illusoriamente pare, e ci godremo i tesori e il sacro graal. La battaglia è persa. Troppo presto avevamo creduto di aver arrestato le orde saracene a "Pùah tiè". Hanno fallito i cavalieri della tavola rotonda laddove hanno trionfato i cavalieri del lavoro leggi "dell'Apocalisse" (eh..eh..). I tanto vituperati Bush e Berlusca, è triste ammetterlo, sono stati, da un punto di vista rigorosamente "scientifico", più utili alla causa di tanti pluriosannati soloni..Benvenuto Oriente!!
p.s. ..impressionante la somiglianza della testa di Oloferne con quella del dipinto di Cranach, nevvero?

FRANCESCO CUSA “interview for "ALL ABOUT JAZZ" Maggio 2004
"...mi ritengo un tradizionalista più che un innovatore dal punto di vista dello "stile". Parto dal principio che non vi è nulla di "nuovo" da creare al momento, ma semmai da giustapporre. L'alchimia di materiali "ricchi e poveri" [ah ah!] come fuga dalla noia e contro il logorio del creativo moderno. "Nulla di nuovo tutto di nuovo". Certo tutto dipende dall'individuo e di per sé questa prassi non significa nulla, soprattutto in questo pullulare di nuovi talenti, di coppe del jazz e gran premi del bop, tra una spruzzatina di etnico di qua, e una canzoncina di Lucio Battisti di là..."

Francesco Cusa senza rete
Chiacchierata tra il serio [ma molto serio] e il faceto [ma molto faceto] con il musicista siciliano di Enrico Bettinello
Diciamolo subito: Francesco Cusa è un musicista simpaticissimo e la ragione per cui questa chiacchierata si sposta senza alcun ritegno da argomenti seri a considerazioni assai meno serie è il risultato di diversi fattori. Primo fra tutti il destino che ci ha portato più di qualche volta a condividere una cena, un drink, il backstage di un concerto, il discorrere su tanti argomenti. Seconda - ma forse più importante - ragione è che suonare jazz in Italia è comunque un'avventura strana, fatta di tante situazioni contraddittorie, di sfasamenti e accensioni, di amori e disagi, di sentirsi fuori fuoco e poi all'improvviso capire che forse è il proprio posto, di piccoli club scalcinati e di festival sontuosi, insomma fatta di musica!
Batterista e compositore, nato a Catania nel 1966, Cusa si avvicina al jazz intorno al 1986, per poi frequentare ai seminari di Siena Jazz i corsi di Bruno Biriaco, Roberto Gatto ed Ettore Fioravanti, e successivamente laureandosi al DAMS di Bologna e studiando composizione con il compianto Alfredo Impullitti.
Bologna è una città centrale nella carriera di Cusa, dal momento che nel capoluogo emiliano inizia a collaborare con diversi musicisti dell'area [da Fabrizio Puglisi a Stefano De Bonis, da Cristina Zavalloni a Mirko Sabatini], diventando cofondatore del Collettivo Musicale Bassesfere, ensemble impegnato nella produzione, promozione e diffusione della musica improvvisata.
Tanti i progetti portati avanti durante gli ultimi anni, tra cui ricordiamo quelli più recenti come i 66Six, Skrunch, Impasse, Trionacria, Trinkle Trio, Switters, l'Open Quartet di Cristina Zavalloni, ma - come si addice ad ogni bravo "musico" di casa nostra - Cusa ha collaborato negli anni anche con nomi quali Paolo Fresu, Bruno Tommaso, Gianni Gebbia, Butch Morris, Kenny Wheeler, Steve Lacy, Tim Berne, Roy Paci, Elliot Sharp, Flying Luttenbachers, Andy Sheppard, Assif Tsahar...etc.
All About Jazz Italia: Parliamo di un progetto che sta avendo molto successo, la sonorizzazione del divertentissimo film di Buster Keaton "Sherlock Jr."
Franceco Cusa: Questo progetto nasce da una grande passione: il cinema. In realtà molto più intrigante per il sottoscritto delle "musiche". Insomma se devo scegliere tra un concerto ed un film, sapete già dove trovarmi (certodipendecheconcerto, certodipendechefilm!). Nasce anche dalla voglia di sonorizzare tutto, e quindi pure Buster Keaton, che rimane ancora sconosciuto ai giovani. In un certo senso è un omaggio, ma è anche una irriverente rivisitazione, che rispetta l'opera più nel "ritmo" e nell'assonanza che nella struttura narrativa. Sembra assurdo ma il risultato potrebbe essere definito "didascalico/dissacrante", che è un contrasto che nel migliore dei casi si risolve nello "straniante/partecipe". Per farla semplice ci si trova contemporaneamente a battere il piede e a essere sbattuti fuori dalla sala. Per questi aspetti è un approccio completamente opposto a quello seguito nella sonorizzazione di "Aurora" di Murnau concepita ed eseguita insieme alla grande musa del nostro tempo canoro: Cristina Zavalloni [per leggere la recensione del disco tratto da quel progetto, Impasse clicca qui], che qui saluto e bacio come sempre!

AAJ: Altro che sbattuti fuori dal cinema, il pubblico sembra apprezzare molto!
F.C.: Sono molto stupito del successo di "Solomovie" [questo è il titolo del progetto, N.d.R.], nel senso che non mi aspettavo una tal risposta da parte di pubblico ed organizzatori. Sicuramente molto è dovuto alla versatilità del progetto, al fatto, non trascurabile, che si tratta pur sempre di un progetto in "solo" e quindi "low cost". Che poi in realtà si tratti di una "performance" (oddio che parola orrenda ormai!) che sembra valicare gli angusti ambiti sonori del "solo"... beh... mi sembra interessante poiché è esattamente ciò che auspicavo in fase progettuale. In effetti mi trovo in splendida compagnia: Keaton, un sacco di attori... orchestre e musiche campionate... siamo pure troppi!!
E poi c'è lui, il Buster, che è fantastico! Non trascurerei neanche il breve corto che, di solito, utilizzo come bis, con un Harry "Snub" Pollard da favola... certo... a volte andare in tour da soli è bello, ma anche difficile. Come questa estate: da Budapest a Travnik (Bosnia) 20 giorni, in Fiat Uno Rossa... battuto il record e foto su Quattroruote! Pensa che a Ferragosto, mentre la gente divorava ghiaccioli in Europa, io mi trovavo con 40 gradi a "sfrecciare" per la Bosnia nel tentativo di battere il record e raggiungere la Slovenia alla sera per un concerto (13 ore!)...gli organizzatori mi hanno accolto con la bandiera a scacchi e lo spumantino!

AAJ: Oltre alle percussioni ci sono anche, come dicevi, musiche campionate...
F.C.: Per quanto riguarda l'aspetto tecnico, mi sembra importante il rapporto armonico che ho stabilito con la macchina. Il rapporto col computer ed il software, dopo anni, mi sembra meno ostico e più naturale. Insomma è divertente scrivere delle musiche e "pasticciare" tutto mentre ti scorrono davanti immagini, rubacchiare anche qua e là, che non fa male e soprattutto gratifica il mio retrogusto truffaldino, come documentato da un'arcana linea della mia sinistra mano, per nulla sfuggita alla certosina interpretazione di un grande veggente palermitano: Gianni Gebbia. E poi è divertente suonarci sopra con la batteria! Almeno per me..
AAJ: Anche Bill Frisell si è dedicato alla sonorizzazione di Keaton...
F.C.: Ho visto una volta, non mi ricordo quando, la sonorizzazione di Bill Frisell e devo dire che non mi ha esaltato alla follia, a parte uno straordinario Joey Baron... ma questa non è una novità, per cui...

AAJ: Ma com'è nato questo amore per la batteria? Da ragazzino?
F.C.: Ho cominciato tardi, a circa diciott'anni. Ero un tremendo metallaro convinto. Dirò la verità, non ero neanche così... "folgorato" dallo strumento. Dopodiché... la follia: ore e ore di studi, seminari, incontri, meeting, il rock, la fusion, il jazz! Insomma una vera e propria illuminazione, o forse sarebbe meglio dire "fulminazione". Bah! Miracoli ed arcani processi della mente umana. Adesso considero la batteria uno strumento insopportabile. Ho un rapporto strano: tutti 'sti piatti, 'ste viti, insomma... monta, smonta... bello quando si va in giro e si trova tutto lì! A volte mi prende però come una "sfregola", un desiderio irrefrenabile di "possesso"... insomma è come un rapporto con un oggetto amato ma soprattutto odiato. Al di là del principio di piacere direbbe qualcuno. Più un mezzo che un fine, insomma. Però a volte che amplessi!

AAJ: Un altro progetto che ti sta molto a cuore è Skrunch...
F.C.: Il progetto F. Cusa "Skrunch" nasce anni addietro ed è la naturale conseguenza del mio precedente "66six". Si tratta di mie composizioni che richiedono lunghi e stressanti tirocini di prove. Adesso sono molto soddisfatto della nuova formula con due chitarre, Paolo Sorge (un tranquillo e potenziale serial killer di provincia che suona la chitarra) e Carlo Natoli (quest'ultimo un cyborg, anzi meglio un replicante. La testimonianza che è tutto vero e che ESSI sono già tra noi. Un uomo privo di cuore e stracolmo di dati e nozioni, ma che garantisce l'affidabilità della macchina...) e poi Tony Cattano al trombone (un nuovo talento che non va da Maria De Filippi ma che andrebbe volentieri con Marta Flavi!) e Gaetano Santoro ai sassofoni (un ragazzo che va sulla trentina ma che in realtà vive una eterna pubertà). Tutti siciliani, come da copione casuale. A volte si aggiunge come special guest il più grande trombettista del Pianeta Plutone, il mitico Riccardo Pittau.
Sono molto contento dell'ultimo CD che abbiamo appena registrato. Si chiamerà "Psicopatologia del Serial Killer". Non so ancora per chi uscirà... ma sicuramente è un prodotto da ascoltare in una notte buia e tempestosa. Scherzi a parte, si tratta di una cornice, o meglio di un "mascheramento", approntato ad arte, allo scopo di veicolare, come in un agguato di briganti, subdolamente, un certo tipo di estetica musicale... aggiungo solo che vi hanno partecipato loschi ed oscuri figuri, noti attori e caratteristi, puttane e giullari... e che vi si respira un'atmosfera terrificante.
Ah! poi fammi ricordare almeno Switters, progetto con Mr."Monolite Sax" Gianni Gebbia e Vincenzo Vasi, un altro grande musicista "assoluto" del nostro tempo relativo. Di recente abbiamo avviato questo sodalizio con lo scrittore Wu Ming 1, per una performance attorno alla "New Thing", con brani di Ayler, Coleman ecc. e stralci del prossimo romanzo...
...e anche il gruppo Zero Tolerance, sempre con Gebbia e due dj, "DjMax" Ferraresi e "DjFab" Gregorio.

AAJ: Quali sono i musicisti che ti interessano di più e che pensi sotto/sopravvalutati?
F.C.: Tra i musicisti che preferisco, annovererei sicuramente Tim Berne, con cui ho avuto la fortuna di fare un concerto... poi chiaramente Joey Baron, Frank Zappa, Burt Bacharach, Franco Battiato, Miles Davis, Fred Bongusto... insomma tanti che non ha quasi senso elencarli! Per quanto riguarda gli italiani, ovviamente, per ragioni di galateo, preferisco parlare di quelli che secondo me sono "sottovalutati", nel senso che non c'è una proporzione tra la loro bravura e l'attenzione da parte di organizzatori e critici... Pronto? Allora, segna: tutti quelli che ho citato prima, a parte Cristina Zavalloni che non mi sembra affatto sottovalutata, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Mirko Sabatini, Alberto Capelli, Domenico Caliri, Edoardo Marraffa, Guglielmo Pagnozzi, il grande attore che saluto affettuosamente Lullo Mosso, Mauro Schiavone, Ruggero Rotolo e... tanti altri che in questo momento sto dimenticando e con cui ho avuto il piacere di suonare e soprattutto di litigare.

AAJ: E così siamo arrivati a parlare del jazz italiano...
F.C.: "Oh Santippe! Il jazz italiano! Innanzitutto per me si scrive così: "gezzitaliano"... cosa vuoi che ti dica... che abbiamo una ottima "scuderia"? Che rombano i motori del nuovo metalinguaggio afroamericano ormai assimilato alla perfezione nell'italico piè? Ma sì! sicuramente ci sono dei bravissimi musicisti in Italia! Ma ci sono anche in Nuova Zelanda! Perché non mi chiedi come va il "gezznuòzelandese"? Lì sì che sono agli antipodi dei nostri campanili!

AAJ: Hai avuto la fortuna/bravura di essere spesso in situazioni stimolanti, ma cosa pensi dell'ambiente del jazz italiano in genere?
F.C.: Qui tocchiamo un punto dolente. L'"ambiente" italiano non mi sembra certo ridente per ciò che concerne un certo tipo di musiche. Tuttavia lo "sport" nazionale è quello di pensare e pronunciare, ovviamente, la fatidica frase: "nessuno mi chiama". Non voglio essere ipocrita, anch'io spesso ho recitato il "Mantra del jazzista sfigato". Soltanto che ad un certo punto mi sono stufato. Considerare, musica, jazz, improvvisazione e progettualità come un "corpus" scisso da un "contesto" e quindi da un insieme di relazioni a me pare assurdo. Nulla prescinde l'individuo e tutto lo trascende. In chiave psicoanalitica, a questa "scissione" e settorializzazione di un "problema", ne sottostà sovente un'altra ben più profonda e radicata che riguarda l'individuo ed il suo mondo relazionale (come ho imparato a mie spese)... (Teoria dei complessi?)...
La falsa interpretazione di una mancanza di appagamento - insoddisfazione che nella sua stragrande maggioranza è inerente a questioni legate alla "professione" più che ad auliche motivazioni di tipo estetico - finisce col generare un senso di frustrazione che, per ovvie ragioni, viene estroiettato verso quelli che paiono essere i "surfisti delle avanguardie", cioè nei confronti di coloro che non affogano ma sopravvivono. Non ha senso abbozzare tentativi di analisi per riferirli autoreferenzialmente ad un sistema a circuito chiuso. Che senso ha parlare di "gezzitaliano" nel paese dei "berlusconidi"? Ben altri sono i problemi a me pare, ed il fatto che, apparentemente, il sottoscritto si occupi di musiche, non mi esime affatto dall'incazzarmi quando il mio "simpatico" sistema viene titillato dai piagnistei da struzzo. Personalmente e fondamentalmente tutta questa roba, il parlare di "musiche per le musiche", mi annoia ed indispone.
Ai miei pochi allievi ripeto: "L'unica regola è che non ci sono regole". Ho il terrore di ogni forma di indottrinamento che non abbia finalità assolutistiche. Non bisogna cedere "all'illusione di Maya", come dice Yogananda (eh eh...).
A tutto ciò preferisco ancora e nonostante tutto le disavventure della nostra Inter e con questo mi contraddico, precipito in bocca a Tolomeo, mi illudo di trascendente, indosso i panni del bopper e spero di vincere il prossimo Top Jazz...
P.S. Scusa il linguaggio criptico, ma non c'è miglior Loggia della benemerita "Loggia dei Jazzisti". Per questi meandri e sottoboschi vigono codici che in confronto "La Stele di Rosetta" è un cruciverba facilitato!

AAJ: Una cosa che ho riscontrato parlando con te e con altri musicisti. è la possibilità di vedere l'arte e la musica attraverso una grande varietà di angolazioni, di riferimenti, di discorsi, mentre altre volte capita di dialogare con altri bravi jazzisti ma sembra davvero difficile uscire da una dialettica autoreferenziale "ho fatto questo, ho fatto quello" o mitologica "Chet quella volta, Miles di qua... blabla", tanto che spesso penso ci siano fondamentalmente degli equivoci sullo stesso ruolo del musicista nello spazio/tempo...
F.C.: Per forza! Ritorniamo a quanto detto prima. Il "jazzista medio italo/europeo", nuovo ceppo razziale nato intorno alla metà degli anni sessanta, vive in un universo tolemaico. Il suo universo di riferimento è chiuso, schiacciato da divinità afroamericane (vedi Parker, Davis ecc.) che spesso vengono vissute come un "tabù". Il suo immaginario può spingersi fino alle colonne d'Ercole, non oltre, pena l'accusa di eresia. Ho conosciuto pianisti che hanno smesso di suonare "perché tanto non sarò mai come Bill Evans"! Insomma, essendo precluse le "nuove scoperte", per non rischiare d'essere precipitati in un inferno luciferino, ecco rifiorire le nuove "bucoliche", le rinnovate arcadie, dove al posto dei satiri stanno dei compiacenti "Loa" ed al posto delle ninfee magari un paterno Mingus dallo sguardo compiacente. Un quadretto rassicurante non ti pare? Ovviamente, a chi rimane un po' di buon gusto non resta che di augurarsi quantomeno un remake del "Ritorno dei Morti Viventi" con gli zombie di Miles, Mingus e compagnia bella muniti di falce...
Per non offendere nessuno, ribadisco che tutto ciò è presente in ognuno di noi, anche se in dosi omeopaticamente diverse. Per me forse, suonare standards è una delle forme di psicoterapia più efficaci. Mi diverto un sacco! Sono di una coerenza nella contraddizione da fare invidia ad un asburgico! Il musicista, l'artista, non è solo un essere umano. Egli (non ridere) ha un unico compito: quello di creare modelli utopistici, e quindi irraggiungibili. Ha il dovere di rimodellare continuamente il proprio universo creativo ogni volta che le "conquiste delle scienze" sembrano postulare nuove illusioni di traguardo. Ha il dovere di mettersi con la bandiera a scacchi sempre un po' più in là. Insomma, ha l'obbligo di congedarsi cordialmente dal suo gemello/collega/inconscio, per poi spararlo nello spazio alla velocità della luce e sperare che in circa 6 minuti possa fare quello che lui non potrà fare nell'arco di una vita. Superando le "forme" in qualche modo. Ecco, dovrebbe essere questo il ruolo del musicista nello spazio/tempo!
Diceva Claes Oldenburg che "l'offerta di una duplice visione a favore e contro la cultura americana [ma leggasi pure pop/italica/quellochetipare], la cosiddetta pop art, incarna e al tempo stesso deride gli stereotipi del consumismo moderno", una sorta di affermazione/negazione di una identità, ma anche un meraviglioso punto di partenza per riflettere sui rapporti con i materiali, alti e bassi che siano... Fred Bongusto e Max Roach...
Condivido appieno. Da un certo punto di vista viviamo un'epoca terribile e meravigliosa. Il "gianobifrontismo" attraversa ogni forma percettiva dell'essere, cioè del comunicare. Crollati miti, divinità e santi ecco rinascerne degli altri sotto differenti spoglie. Non si offrono solo dei voti a "Silvio", bisogna "credere" in Esso.
Per ritornare a noi, ad esempio, io mi ritengo un tradizionalista più che un innovatore dal punto di vista dello "stile". Parto dal principio che non vi è nulla di "nuovo" da creare al momento, ma semmai da giustapporre. L'alchimia di materiali "ricchi e poveri" [ah ah!] come fuga dalla noia e contro il logorio del creativo moderno. "Nulla di nuovo tutto di nuovo". Certo tutto dipende dall'individuo e di per sé questa prassi non significa nulla, soprattutto in questo pullulare di nuovi talenti, di coppe del jazz e gran premi del bop, tra una spruzzatina di etnico di qua, e una canzoncina di Lucio Battisti di là...

AAJ: Progetti per il futuro prossimo e ultimi sassolini nella scarpa...
F.C.: Riguardo ai progetti futuri... mah! Innanzitutto mi augurerei una buona produzione discografica per i miei ultimi lavori: e cioè "Skrunch" Psicopatologia del Serial Killer, Switters e Zero Tolerance. Lasciami dire che questo è il problema più annoso che attanaglia un musicista come il sottoscritto. Il problema non è, ovviamente, il farsi venire delle idee, quanto il realizzarle. In parole povere o si hanno dei soldi da investire in produzioni oppure diventi Mandrake...
La "pochezza" del nostro beneamato Paese sta tutta qui. Il provincialismo è un morbo che uccide. Le cose funzionano solo al MAIUSCOLO. Siamo bravissimi a coniare definizioni (tipo "gezzitaliano"), a nutrirci di concorsi ("chè 'mme voti ar Toppe Gèzz?")... siamo la fucina dei "nuovi talenti". Questo non è più il paese di San Remo bensì di "Saranno Famosi". Tutto è "defilippizzato". Se Maria De Filippi dichiarasse simpatie per la sinistra, anche mia zia si convincerebbe, e Berlusconi andrebbe a casa, e francamente, ciò forse è ancora più triste. Tutto è sensazionalismo. Non c'è uno straccio di finanziamento per le arti. Il musicista è ancora tristemente un soggetto sfocato nel panorama, ed è in balia del concetto di "eccezionalità"; è costretto insomma a destare stupore, pena la maledizione. Guarda, sono costretto a dire la cosa più insopportabile per me: e cioè che o sei nell'insostenibile mood del "Gezzitaliano", con quelle sonorità che "fanno male" alla bocca dello stomaco, con quei pezzi che magari si chiamano "Tuareg" oppure "Appuntamento nella Tuscolana" e che poi sono delle canzoni bop tipo AABA, con quel "gusto" e quella "attitudine" da smandolinata, oppure sei ridicolmente e stupidamente "OFF". Anche se fai un milione di concerti l'anno. Sei "OFF".
Ma ci rendiamo conto che tutto questo è ridicolo? Proprio l'essere costretti ad usare un termine vetusto e corroso come "OFF"?! Triste ma purtroppo vero (l'autocompiacimento del sentirsi "OFF" è forse male peggiore del far parte delle "Scuderie del Gezzitaliano"). Ma possibile che non si possa "onestamente" essere musicisti? Avere il giusto riconoscimento da parte di uno Stato che "giustamente riconosce" al musicista la dignità di poter "essere", di non trasformarsi in un patetico lecchino pronto a prostituirsi?
Ma è mai possibile che tutto sia in mano al "mood" di qualche discografico visionario, o giornalista creativo, od organizzatore ricettivo? È mai possibile che uno non possa starsene a casa a studiare o comporre percependo il "giusto"? Utopie? No, se accade in Francia.
Ecco, il mio progetto per il futuro, è forse quello di "attentare" con tutti i mezzi e le risorse sovraumanamente possibili (che è poi quello che stiamo cercando di fare con l'Improvvisatore Involontario, entità dissociativa e setta fruibile, nonché marchio esportabile), a questo mondo del "gezzitaliano" congestionato. Colpirlo a morte nel tentativo di ridare vita, più che ad un genere, ad un atteggiamento estetico, ad una prassi dell'improvvisare e del creare che niente hanno a che vedere con la patina di edulcorazione predominante. Trasformare il "gusto" dominante è dovere non soltanto del sottoscritto, ma di ogni essere senziente che abbia ancora il coraggio di indignarsi. Per cui, forza!, sostituiamo quella maledetta "G" con una nuova "J"... in fin dei conti è sempre la stessa lotta tra "matusa" e " 'ggiovani"... è sempre un problema di "Super Giovane", per parafrasare Elio e le Storie Tese... solo e sempre un problema di intelligenza vs. stupidità. Ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
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FRANCESCO CUSA “interview for "JAZZ CONVENTION " 2005

Improvvisatore Involontario
Foto: da internet


Un'etichetta, un sito, una comunità.
Si può riassumere in questi tre aspetti la vita di Improvvisatore Involontario. Coagulare intorno a un sito web, intorno alle attività musicali e non solo, le idee e le iniziative di un gruppo di persone che si muovono in modo vario e diversificato nel mondo dell'espressione artistica.
Nasce così l'idea del manifesto dell'Improvvisatore Involontario, cresce, e viene sempre ampliato, un generalistico blog, nel quale si può passare dallo sfottò per la Champions League persa dal Milan a questioni di politica internazionale e di filosofia dell'arte, si sviluppa una sezione grafica del sito che presenta e impatta con le più moderne tecniche informatiche e richiama, nostalgicamente, il vinile e il suono dei dischi a 33 giri. Richiamo che viene portato anche nella grafica e nella confezione dei compact disc editi dall'etichetta. Dal dischetto nero con il titolo nella parte centrale rossa, al digipack utilizzato per la confezione. Colori accesi e grafica molto moderna e netta. Nei dischi viene ripresa la divergente esplosione del blog, con gli interventi di Wu Ming, nelle note di copertina di Switters, nei ringraziamenti che Francesco Cusa appone a Psicopatologia del Serial Killer, nelle s/proporzioni che aprono le note di Wu Ming.La musica proposta nei due dischi rappresenta una ipotesi avanguardista. Psicopatologia del Serial Killer e The anabaptiste loop si muovono in un ambito di sperimentazione non totalmente libera e spregiudicata: la musica mantiene sempre il contatto con una ritmica che non esplode, ma crea con costanza tempi e linee precise, con la scansione di temi articolati in modo vario e diversificato, ma codificati con precisione. A fianco delle composizioni, c'è l'innesto di strumenti particolari come il theremin, della chitarra baritona, degli attori che impersonano i serial killer e la vittima in Psicopatologia del Serial Killer. In quest'ultimo lavoro si rende ancor più chiaro il richiamo alle atmosfere progressive, applicate alla ragione d'essere generale dell'opera. La particolarità del cast è la presenza di più serial killer e di una sola vittima, quasi a rappresentare la molteplicità delle possibilità di fare del male e l'unicità in definitiva dell'essere vittima.
I riferimenti musicali di queste due esperienze sono molteplici. Da Frank Zappa e Anthony Braxton, richiamati nei ringraziamenti e nelle note che accompagnano i lavori, al lavoro sui suoni che si muove verso il progressive di King Crimson ed Emerson Lake and Palmer, verso le scomposizioni strutturali del free jazz e le ricomposizioni operate dalla fusion e dal jazz-rock.
Ma su tutto aleggia una felice vena di follia che si muove per scompaginare il solito e per mettere in relazione punti disparati di una realtà sociale e artistica non sempre soddisfacenti, non sempre comprensibili. Una leggera vena di folle ironia che cerca di rivoltare il consueto e dare nuove visioni e nuove forme alle proprie espressioni.... con la domanda che chiude il manifesto programmatico del sito, domanda retorica ma intrigante: "E se avessimo ragione?".
A questo punto, prima di passare all'intervista realizzata con Francesco Cusa, uno degli adepti dell'Improvvisatore Involontario, ecco l'indirizzo del sito, www.improvvisatoreinvolontario.com, e la mail, info@improvvisatoreinvolontario.com.Jazz Convention: Quali sono gli spunti di partenza dell'Improvvisatore Involontario?
Francesco Cusa: Beh, sicuramente la lettura del Candide di Voltaire. Non viviamo certo nel migliore dei mondi possibili, quindi bisogna cercare di crearne almeno uno. Diciamo che alla base di tutto sta un rinnovato modello di utopia, quello, ad esempio, in cui queste musiche sono al centro di una crisi di governo con tanto di dimissioni da parte del premier, o piuttosto, meglio, quello di una dittatura illuminata che rendesse obbligatorio il Pasquale Bona (vetusto metodo di solfeggio) ai parlamentari. Come vedi siamo gente concreta e pragmatica che si pone obiettivi concreti e pragmatici.
JC: Le due parole: "improvvisatore" e "involontario".
FC: Le parole dovrebbero condurre il fruitore, attraverso un fitto sottobosco di riverberi, echi ed assonanze, e, senza un motivo reale che ne giustifichi l'azzardo, a materializzare l'immagine di un cameriere in livrea ad un vip party nell'atto dell'incespico. La fotografia dell'istante, in questo ideale affresco, il librarsi del vassoio con le coppe di champagne, il terrore nella faccia della vecchia tardona, la posa plastica dello sventurato, il maldestro tentativo di scanso del rampollo, e così via... rappresenta la quintessenza o l'effimero, celata/o dietro questo binomio di parole. Ciò che a noi interessa, indipendentemente dalle progettualità.
JC: L'idea globale della comunicazione
FC: Va sostituita con una idea lineare, bidimensionale. Non ci fidiamo. Vedi, non crediamo ancora che Tolomeo abbia torto. Continuiamo, almeno noi dell'Improvvisatore Involontario, a darci appuntamenti per la pizza per linee tortuose e sghembe, ma euclidee. Qui si discute di big bang o principio di indeterminazione, ma noi non ci caschiamo! Innanzitutto quel processo a Galileo non ci convince, e poi quel Keplero... La comunicazione globale inibirebbe Bach a tutto vantaggio di Bruce Springsteen, il Machiavelli a favore di Bush; che poi ciò stia poi accadendo, non fa che confermare quanto sopra: se uno corre felice verso l'orizzonte precipita in un baratro immane. Attenzione!
JC: I gruppi e i musicisti che si riuniscono sotto la denominazione e dietro la sigla di Improvvisatore Involontario?
FC: L'elenco sarebbe lungo e tedieremmo gli eventuali lettori. Preferisco rimandare al sito. Si va comunque dall'avant-jazz di Switters, Skrunch, Trinkle Trio, alle contaminazioni elettroniche di Body Hammer, passando per i lavori in solo di Carlo Natoli e per i dj Seth (divinità egizia maligna) di Emiliano Cinquerrui, alle "rockonnections" di Ute Puta e Dog a Dog, alle musiche per large ensemble del mio Naked Musicians, e così via. Non di soli musicisti si tratta comunque. L'obiettivo é quello di allargare le ragioni dell'Improvvisatore Involontario anche ad altri aspetti della sperimentazione artistica: arti visive, danza etc. ma siamo anche aperti a maghi, imbonitori, politici, operatori di borsa, venditori di enciclopedie. Permettimi uno speciale ringraziamento allo splendido lavoro grafico della label e del sito web fatto da Raffaella Piccolo a dalla Core Design, anch'essi parte integrante di Improvvisatore Involontario.
JC: La sintesi, il contatto, tra i lavori canonici e le sperimentazioni dell'Improvvisatore Involontario
FC: Riassumibile col "nulla di nuovo sul fronte occidentale!". Tutto é stato creato, possiamo solo divertirci a riassemblare, dosando diverse cromature senza il rischio di pasticciare. Il rapporto dialettico tra le varie componenti di Improvvisatore Involontario é garantito dalle diverse tipologie dei disturbi mentali degli adepti (guai a definirci associati!). Per esempio, non siamo d'accordo quasi su nulla, e ovviamente ci sarà chi potrebbe obiettare su quanto da me detto finora. Ma questo é il nostro humus, e nel piccolo rappresentiamo una rinascente Sarajevo. Le diverse esperienze di ciascuno, finiscono con l'agglomerare tecniche in gangli d'assurdo. Che c'azzeccherebbe altrimenti un operatore informatico con un diplomato in composizione a Santa Cecilia? Comunque per maggiore chiarezza, invito alla lettura del nostro manifesto.
JC: Due domande sui dischi... Come mai in Psicopatologia c'è una sola vittima e più serial killer?
FC: Sei il primo ad averlo notato! si tratta in realtà di un profondo atto d'amore. In fondo Cikatilo divorava con le vittime sostanzialmente la paura per la fine di un sistema/relazione. Il comunista mangiabambini é la metafora della crisi di un modello educativo, del rapporto maestro/nuovo mondo, della catastrofe capitalistica con l'avvento del dogma della Scelta. L'atto regressivo del serial killer é profondamente conficcato nel mondo della Tragedia. A governare é il Fato, mica il libero arbitrio! Ecco perché in "Psicopatologia del serial Killer" la presunta narrazione finisce con una tragica risata: nulla é domabile, a meno di non domare il domatore (questa é mia, voglio il copyright).
JC: Le ispirazioni letterarie di the Anabapiste loop e di Psicopatologia. Per certi aspetti, un lavoro più di narrazione che di musica.
FC: Si e no. In entrambi i casi, a mio avviso, la parte narrativa é una cornice artificiosa, se vogliamo uno specchietto per le allodole, volto a cogliere in fallo l'ascoltatore. Distraendolo con una finta affabulazione, é magari possibile rincoglionirlo o ammorbarlo sinesteticamente con ciò che magari non comprende ma che afferra e divora comunque. Funziona infatti meglio coi non addetti ai lavori. Sicuramente in Switters non é da sottovalutare la relazione tra i romanzi di Tom Robbins o di Wu Ming e la musica, ma questo metterli in primo piano, paradossalmente ne stravolge la prospettiva, a tutto vantaggio del naso di Gianni Gebbia, o del capello fumé di Vincenzo Vasi. Penso che Wu Ming 1 possa essere d'accordo.
JC: Come mai l'offerta di una e-mail nome@improvvisatoreinvolontario.com?
FC: Per riconsegnare alla nostra lingua morta, l'uso di parole quali "precipitevolissimevolmente". Per ridare alla "fatica" del fare il gusto di ritornare poi alle pratiche dell'ozio e della rinuncia. Il copia e incolla non sfugge comunque alla Legge del Precipitevolissimevolmente.
JC: Per concludere.... e se aveste ragione?
FC: Se non avessimo ragione tu non saresti stato così lungimirante da intervistarci. Sai che non scherziamo ed hai scelto saggiamente di stare dalla parte di chi deterrà il potere nei prossimi trent'anni.
Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2005

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FRANCESCO CUSA “interview for "JAZZ CONVENTION " 2005

Intervista

Maggio 2004

"...mi ritengo un tradizionalista più che un innovatore dal punto di vista dello "stile". Parto dal principio che non vi è nulla di "nuovo" da creare al momento, ma semmai da giustapporre. L'alchimia di materiali "ricchi e poveri" [ah ah!] come fuga dalla noia e contro il logorio del creativo moderno. "Nulla di nuovo tutto di nuovo". Certo tutto dipende dall'individuo e di per sé questa prassi non significa nulla, soprattutto in questo pullulare di nuovi talenti, di coppe del jazz e gran premi del bop, tra una spruzzatina di etnico di qua, e una canzoncina di Lucio Battisti di là..." Francesco Cusa senza rete
Chiacchierata tra il serio [ma molto serio] e il faceto [ma molto faceto] con il musicista siciliano

Enrico Bettinello
Diciamolo subito: Francesco Cusa è un musicista simpaticissimo e la ragione per cui questa chiacchierata si sposta senza alcun ritegno da argomenti seri a considerazioni assai meno serie è il risultato di diversi fattori. Primo fra tutti il destino che ci ha portato più di qualche volta a condividere una cena, un drink, il backstage di un concerto, il discorrere su tanti argomenti. Seconda - ma forse più importante - ragione è che suonare jazz in Italia è comunque un'avventura strana, fatta di tante situazioni contraddittorie, di sfasamenti e accensioni, di amori e disagi, di sentirsi fuori fuoco e poi all'improvviso capire che forse è il proprio posto, di piccoli club scalcinati e di festival sontuosi, insomma fatta di musica!
Batterista e compositore, nato a Catania nel 1966, Cusa si avvicina al jazz intorno al 1986, per poi frequentare ai seminari di Siena Jazz i corsi di Bruno Biriaco, Roberto Gatto ed Ettore Fioravanti, e successivamente laureandosi al DAMS di Bologna e studiando composizione con il compianto Alfredo Impullitti.
Bologna è una città centrale nella carriera di Cusa, dal momento che nel capoluogo emiliano inizia a collaborare con diversi musicisti dell'area [da Fabrizio Puglisi a Stefano De Bonis, da Cristina Zavalloni a Mirko Sabatini], diventando cofondatore del Collettivo Musicale Bassesfere, ensemble impegnato nella produzione, promozione e diffusione della musica improvvisata.
Tanti i progetti portati avanti durante gli ultimi anni, tra cui ricordiamo quelli più recenti come i 66Six, Skrunch, Impasse, Trionacria, Trinkle Trio, Switters, l'Open Quartet di Cristina Zavalloni, ma - come si addice ad ogni bravo "musico" di casa nostra - Cusa ha collaborato negli anni anche con nomi quali Paolo Fresu, Bruno Tommaso, Gianni Gebbia, Butch Morris, Kenny Wheeler, Steve Lacy, Tim Berne, Roy Paci, Elliot Sharp, Flying Luttenbachers, Andy Sheppard, Assif Tsahar...etc.

All About Jazz Italia: Parliamo di un progetto che sta avendo molto successo, la sonorizzazione del divertentissimo film di Buster Keaton "Sherlock Jr."
Franceco Cusa: Questo progetto nasce da una grande passione: il cinema. In realtà molto più intrigante per il sottoscritto delle "musiche". Insomma se devo scegliere tra un concerto ed un film, sapete già dove trovarmi (certodipendecheconcerto, certodipendechefilm!). Nasce anche dalla voglia di sonorizzare tutto, e quindi pure Buster Keaton, che rimane ancora sconosciuto ai giovani. In un certo senso è un omaggio, ma è anche una irriverente rivisitazione, che rispetta l'opera più nel "ritmo" e nell'assonanza che nella struttura narrativa. Sembra assurdo ma il risultato potrebbe essere definito "didascalico/dissacrante", che è un contrasto che nel migliore dei casi si risolve nello "straniante/partecipe". Per farla semplice ci si trova contemporaneamente a battere il piede e a essere sbattuti fuori dalla sala. Per questi aspetti è un approccio completamente opposto a quello seguito nella sonorizzazione di "Aurora" di Murnau concepita ed eseguita insieme alla grande musa del nostro tempo canoro: Cristina Zavalloni [per leggere la recensione del disco tratto da quel progetto, Impasse clicca qui], che qui saluto e bacio come sempre! AAJ: Altro che sbattuti fuori dal cinema, il pubblico sembra apprezzare molto!
F.C.: Sono molto stupito del successo di "Solomovie" [questo è il titolo del progetto, N.d.R.], nel senso che non mi aspettavo una tal risposta da parte di pubblico ed organizzatori. Sicuramente molto è dovuto alla versatilità del progetto, al fatto, non trascurabile, che si tratta pur sempre di un progetto in "solo" e quindi "low cost". Che poi in realtà si tratti di una "performance" (oddio che parola orrenda ormai!) che sembra valicare gli angusti ambiti sonori del "solo"... beh... mi sembra interessante poiché è esattamente ciò che auspicavo in fase progettuale. In effetti mi trovo in splendida compagnia: Keaton, un sacco di attori... orchestre e musiche campionate... siamo pure troppi!!
E poi c'è lui, il Buster, che è fantastico! Non trascurerei neanche il breve corto che, di solito, utilizzo come bis, con un Harry "Snub" Pollard da favola... certo... a volte andare in tour da soli è bello, ma anche difficile. Come questa estate: da Budapest a Travnik (Bosnia) 20 giorni, in Fiat Uno Rossa... battuto il record e foto su Quattroruote! Pensa che a Ferragosto, mentre la gente divorava ghiaccioli in Europa, io mi trovavo con 40 gradi a "sfrecciare" per la Bosnia nel tentativo di battere il record e raggiungere la Slovenia alla sera per un concerto (13 ore!)...gli organizzatori mi hanno accolto con la bandiera a scacchi e lo spumantino! AAJ: Oltre alle percussioni ci sono anche, come dicevi, musiche campionate...
F.C.: Per quanto riguarda l'aspetto tecnico, mi sembra importante il rapporto armonico che ho stabilito con la macchina. Il rapporto col computer ed il software, dopo anni, mi sembra meno ostico e più naturale. Insomma è divertente scrivere delle musiche e "pasticciare" tutto mentre ti scorrono davanti immagini, rubacchiare anche qua e là, che non fa male e soprattutto gratifica il mio retrogusto truffaldino, come documentato da un'arcana linea della mia sinistra mano, per nulla sfuggita alla certosina interpretazione di un grande veggente palermitano: Gianni Gebbia. E poi è divertente suonarci sopra con la batteria! Almeno per me..
AAJ: Anche Bill Frisell si è dedicato alla sonorizzazione di Keaton...
F.C.: Ho visto una volta, non mi ricordo quando, la sonorizzazione di Bill Frisell e devo dire che non mi ha esaltato alla follia, a parte uno straordinario Joey Baron... ma questa non è una novità, per cui... AAJ: Ma com'è nato questo amore per la batteria? Da ragazzino?
F.C.: Ho cominciato tardi, a circa diciott'anni. Ero un tremendo metallaro convinto. Dirò la verità, non ero neanche così... "folgorato" dallo strumento. Dopodiché... la follia: ore e ore di studi, seminari, incontri, meeting, il rock, la fusion, il jazz! Insomma una vera e propria illuminazione, o forse sarebbe meglio dire "fulminazione". Bah! Miracoli ed arcani processi della mente umana. Adesso considero la batteria uno strumento insopportabile. Ho un rapporto strano: tutti 'sti piatti, 'ste viti, insomma... monta, smonta... bello quando si va in giro e si trova tutto lì! A volte mi prende però come una "sfregola", un desiderio irrefrenabile di "possesso"... insomma è come un rapporto con un oggetto amato ma soprattutto odiato. Al di là del principio di piacere direbbe qualcuno. Più un mezzo che un fine, insomma. Però a volte che amplessi! AAJ: Un altro progetto che ti sta molto a cuore è Skrunch...
F.C.: Il progetto F. Cusa "Skrunch" nasce anni addietro ed è la naturale conseguenza del mio precedente "66six". Si tratta di mie composizioni che richiedono lunghi e stressanti tirocini di prove. Adesso sono molto soddisfatto della nuova formula con due chitarre, Paolo Sorge (un tranquillo e potenziale serial killer di provincia che suona la chitarra) e Carlo Natoli (quest'ultimo un cyborg, anzi meglio un replicante. La testimonianza che è tutto vero e che ESSI sono già tra noi. Un uomo privo di cuore e stracolmo di dati e nozioni, ma che garantisce l'affidabilità della macchina...) e poi Tony Cattano al trombone (un nuovo talento che non va da Maria De Filippi ma che andrebbe volentieri con Marta Flavi!) e Gaetano Santoro ai sassofoni (un ragazzo che va sulla trentina ma che in realtà vive una eterna pubertà). Tutti siciliani, come da copione casuale. A volte si aggiunge come special guest il più grande trombettista del Pianeta Plutone, il mitico Riccardo Pittau.
Sono molto contento dell'ultimo CD che abbiamo appena registrato. Si chiamerà "Psicopatologia del Serial Killer". Non so ancora per chi uscirà... ma sicuramente è un prodotto da ascoltare in una notte buia e tempestosa. Scherzi a parte, si tratta di una cornice, o meglio di un "mascheramento", approntato ad arte, allo scopo di veicolare, come in un agguato di briganti, subdolamente, un certo tipo di estetica musicale... aggiungo solo che vi hanno partecipato loschi ed oscuri figuri, noti attori e caratteristi, puttane e giullari... e che vi si respira un'atmosfera terrificante.
Ah! poi fammi ricordare almeno Switters, progetto con Mr."Monolite Sax" Gianni Gebbia e Vincenzo Vasi, un altro grande musicista "assoluto" del nostro tempo relativo. Di recente abbiamo avviato questo sodalizio con lo scrittore Wu Ming 1, per una performance attorno alla "New Thing", con brani di Ayler, Coleman ecc. e stralci del prossimo romanzo...
...e anche il gruppo Zero Tolerance, sempre con Gebbia e due dj, "DjMax" Ferraresi e "DjFab" Gregorio. AAJ: Quali sono i musicisti che ti interessano di più e che pensi sotto/sopravvalutati?
F.C.: Tra i musicisti che preferisco, annovererei sicuramente Tim Berne, con cui ho avuto la fortuna di fare un concerto... poi chiaramente Joey Baron, Frank Zappa, Burt Bacharach, Franco Battiato, Miles Davis, Fred Bongusto... insomma tanti che non ha quasi senso elencarli! Per quanto riguarda gli italiani, ovviamente, per ragioni di galateo, preferisco parlare di quelli che secondo me sono "sottovalutati", nel senso che non c'è una proporzione tra la loro bravura e l'attenzione da parte di organizzatori e critici... Pronto? Allora, segna: tutti quelli che ho citato prima, a parte Cristina Zavalloni che non mi sembra affatto sottovalutata, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Mirko Sabatini, Alberto Capelli, Domenico Caliri, Edoardo Marraffa, Guglielmo Pagnozzi, il grande attore che saluto affettuosamente Lullo Mosso, Mauro Schiavone, Ruggero Rotolo e... tanti altri che in questo momento sto dimenticando e con cui ho avuto il piacere di suonare e soprattutto di litigare. AAJ: E così siamo arrivati a parlare del jazz italiano...
F.C.: "Oh Santippe! Il jazz italiano! Innanzitutto per me si scrive così: "gezzitaliano"... cosa vuoi che ti dica... che abbiamo una ottima "scuderia"? Che rombano i motori del nuovo metalinguaggio afroamericano ormai assimilato alla perfezione nell'italico piè? Ma sì! sicuramente ci sono dei bravissimi musicisti in Italia! Ma ci sono anche in Nuova Zelanda! Perché non mi chiedi come va il "gezznuòzelandese"? Lì sì che sono agli antipodi dei nostri campanili! AAJ: Hai avuto la fortuna/bravura di essere spesso in situazioni stimolanti, ma cosa pensi dell'ambiente del jazz italiano in genere?
F.C.: Qui tocchiamo un punto dolente. L'"ambiente" italiano non mi sembra certo ridente per ciò che concerne un certo tipo di musiche. Tuttavia lo "sport" nazionale è quello di pensare e pronunciare, ovviamente, la fatidica frase: "nessuno mi chiama". Non voglio essere ipocrita, anch'io spesso ho recitato il "Mantra del jazzista sfigato". Soltanto che ad un certo punto mi sono stufato. Considerare, musica, jazz, improvvisazione e progettualità come un "corpus" scisso da un "contesto" e quindi da un insieme di relazioni a me pare assurdo. Nulla prescinde l'individuo e tutto lo trascende. In chiave psicoanalitica, a questa "scissione" e settorializzazione di un "problema", ne sottostà sovente un'altra ben più profonda e radicata che riguarda l'individuo ed il suo mondo relazionale (come ho imparato a mie spese)... (Teoria dei complessi?)...
La falsa interpretazione di una mancanza di appagamento - insoddisfazione che nella sua stragrande maggioranza è inerente a questioni legate alla "professione" più che ad auliche motivazioni di tipo estetico - finisce col generare un senso di frustrazione che, per ovvie ragioni, viene estroiettato verso quelli che paiono essere i "surfisti delle avanguardie", cioè nei confronti di coloro che non affogano ma sopravvivono. Non ha senso abbozzare tentativi di analisi per riferirli autoreferenzialmente ad un sistema a circuito chiuso. Che senso ha parlare di "gezzitaliano" nel paese dei "berlusconidi"? Ben altri sono i problemi a me pare, ed il fatto che, apparentemente, il sottoscritto si occupi di musiche, non mi esime affatto dall'incazzarmi quando il mio "simpatico" sistema viene titillato dai piagnistei da struzzo. Personalmente e fondamentalmente tutta questa roba, il parlare di "musiche per le musiche", mi annoia ed indispone.
Ai miei pochi allievi ripeto: "L'unica regola è che non ci sono regole". Ho il terrore di ogni forma di indottrinamento che non abbia finalità assolutistiche. Non bisogna cedere "all'illusione di Maya", come dice Yogananda (eh eh...).
A tutto ciò preferisco ancora e nonostante tutto le disavventure della nostra Inter e con questo mi contraddico, precipito in bocca a Tolomeo, mi illudo di trascendente, indosso i panni del bopper e spero di vincere il prossimo Top Jazz...
P.S. Scusa il linguaggio criptico, ma non c'è miglior Loggia della benemerita "Loggia dei Jazzisti". Per questi meandri e sottoboschi vigono codici che in confronto "La Stele di Rosetta" è un cruciverba facilitato! AAJ: Una cosa che ho riscontrato parlando con te e con altri musicisti. è la possibilità di vedere l'arte e la musica attraverso una grande varietà di angolazioni, di riferimenti, di discorsi, mentre altre volte capita di dialogare con altri bravi jazzisti ma sembra davvero difficile uscire da una dialettica autoreferenziale "ho fatto questo, ho fatto quello" o mitologica "Chet quella volta, Miles di qua... blabla", tanto che spesso penso ci siano fondamentalmente degli equivoci sullo stesso ruolo del musicista nello spazio/tempo...
F.C.: Per forza! Ritorniamo a quanto detto prima. Il "jazzista medio italo/europeo", nuovo ceppo razziale nato intorno alla metà degli anni sessanta, vive in un universo tolemaico. Il suo universo di riferimento è chiuso, schiacciato da divinità afroamericane (vedi Parker, Davis ecc.) che spesso vengono vissute come un "tabù". Il suo immaginario può spingersi fino alle colonne d'Ercole, non oltre, pena l'accusa di eresia. Ho conosciuto pianisti che hanno smesso di suonare "perché tanto non sarò mai come Bill Evans"! Insomma, essendo precluse le "nuove scoperte", per non rischiare d'essere precipitati in un inferno luciferino, ecco rifiorire le nuove "bucoliche", le rinnovate arcadie, dove al posto dei satiri stanno dei compiacenti "Loa" ed al posto delle ninfee magari un paterno Mingus dallo sguardo compiacente. Un quadretto rassicurante non ti pare? Ovviamente, a chi rimane un po' di buon gusto non resta che di augurarsi quantomeno un remake del "Ritorno dei Morti Viventi" con gli zombie di Miles, Mingus e compagnia bella muniti di falce...
Per non offendere nessuno, ribadisco che tutto ciò è presente in ognuno di noi, anche se in dosi omeopaticamente diverse. Per me forse, suonare standards è una delle forme di psicoterapia più efficaci. Mi diverto un sacco! Sono di una coerenza nella contraddizione da fare invidia ad un asburgico! Il musicista, l'artista, non è solo un essere umano. Egli (non ridere) ha un unico compito: quello di creare modelli utopistici, e quindi irraggiungibili. Ha il dovere di rimodellare continuamente il proprio universo creativo ogni volta che le "conquiste delle scienze" sembrano postulare nuove illusioni di traguardo. Ha il dovere di mettersi con la bandiera a scacchi sempre un po' più in là. Insomma, ha l'obbligo di congedarsi cordialmente dal suo gemello/collega/inconscio, per poi spararlo nello spazio alla velocità della luce e sperare che in circa 6 minuti possa fare quello che lui non potrà fare nell'arco di una vita. Superando le "forme" in qualche modo. Ecco, dovrebbe essere questo il ruolo del musicista nello spazio/tempo!
iceva Claes Oldenburg che "l'offerta di una duplice visione a favore e contro la cultura americana [ma leggasi pure pop/italica/quellochetipare], la cosiddetta pop art, incarna e al tempo stesso deride gli stereotipi del consumismo moderno", una sorta di affermazione/negazione di una identità, ma anche un meraviglioso punto di partenza per riflettere sui rapporti con i materiali, alti e bassi che siano... Fred Bongusto e Max Roach...
Condivido appieno. Da un certo punto di vista viviamo un'epoca terribile e meravigliosa. Il "gianobifrontismo" attraversa ogni forma percettiva dell'essere, cioè del comunicare. Crollati miti, divinità e santi ecco rinascerne degli altri sotto differenti spoglie. Non si offrono solo dei voti a "Silvio", bisogna "credere" in Esso.
Per ritornare a noi, ad esempio, io mi ritengo un tradizionalista più che un innovatore dal punto di vista dello "stile". Parto dal principio che non vi è nulla di "nuovo" da creare al momento, ma semmai da giustapporre. L'alchimia di materiali "ricchi e poveri" [ah ah!] come fuga dalla noia e contro il logorio del creativo moderno. "Nulla di nuovo tutto di nuovo". Certo tutto dipende dall'individuo e di per sé questa prassi non significa nulla, soprattutto in questo pullulare di nuovi talenti, di coppe del jazz e gran premi del bop, tra una spruzzatina di etnico di qua, e una canzoncina di Lucio Battisti di là... AAJ: Progetti per il futuro prossimo e ultimi sassolini nella scarpa...
F.C.: Riguardo ai progetti futuri... mah! Innanzitutto mi augurerei una buona produzione discografica per i miei ultimi lavori: e cioè "Skrunch" Psicopatologia del Serial Killer, Switters e Zero Tolerance. Lasciami dire che questo è il problema più annoso che attanaglia un musicista come il sottoscritto. Il problema non è, ovviamente, il farsi venire delle idee, quanto il realizzarle. In parole povere o si hanno dei soldi da investire in produzioni oppure diventi Mandrake...
La "pochezza" del nostro beneamato Paese sta tutta qui. Il provincialismo è un morbo che uccide. Le cose funzionano solo al MAIUSCOLO. Siamo bravissimi a coniare definizioni (tipo "gezzitaliano"), a nutrirci di concorsi ("chè 'mme voti ar Toppe Gèzz?")... siamo la fucina dei "nuovi talenti". Questo non è più il paese di San Remo bensì di "Saranno Famosi". Tutto è "defilippizzato". Se Maria De Filippi dichiarasse simpatie per la sinistra, anche mia zia si convincerebbe, e Berlusconi andrebbe a casa, e francamente, ciò forse è ancora più triste. Tutto è sensazionalismo. Non c'è uno straccio di finanziamento per le arti. Il musicista è ancora tristemente un soggetto sfocato nel panorama, ed è in balia del concetto di "eccezionalità"; è costretto insomma a destare stupore, pena la maledizione. Guarda, sono costretto a dire la cosa più insopportabile per me: e cioè che o sei nell'insostenibile mood del "Gezzitaliano", con quelle sonorità che "fanno male" alla bocca dello stomaco, con quei pezzi che magari si chiamano "Tuareg" oppure "Appuntamento nella Tuscolana" e che poi sono delle canzoni bop tipo AABA, con quel "gusto" e quella "attitudine" da smandolinata, oppure sei ridicolmente e stupidamente "OFF". Anche se fai un milione di concerti l'anno. Sei "OFF".
Ma ci rendiamo conto che tutto questo è ridicolo? Proprio l'essere costretti ad usare un termine vetusto e corroso come "OFF"?! Triste ma purtroppo vero (l'autocompiacimento del sentirsi "OFF" è forse male peggiore del far parte delle "Scuderie del Gezzitaliano"). Ma possibile che non si possa "onestamente" essere musicisti? Avere il giusto riconoscimento da parte di uno Stato che "giustamente riconosce" al musicista la dignità di poter "essere", di non trasformarsi in un patetico lecchino pronto a prostituirsi?
Ma è mai possibile che tutto sia in mano al "mood" di qualche discografico visionario, o giornalista creativo, od organizzatore ricettivo? È mai possibile che uno non possa starsene a casa a studiare o comporre percependo il "giusto"? Utopie? No, se accade in Francia.
Ecco, il mio progetto per il futuro, è forse quello di "attentare" con tutti i mezzi e le risorse sovraumanamente possibili (che è poi quello che stiamo cercando di fare con l'Improvvisatore Involontario, entità dissociativa e setta fruibile, nonché marchio esportabile), a questo mondo del "gezzitaliano" congestionato. Colpirlo a morte nel tentativo di ridare vita, più che ad un genere, ad un atteggiamento estetico, ad una prassi dell'improvvisare e del creare che niente hanno a che vedere con la patina di edulcorazione predominante. Trasformare il "gusto" dominante è dovere non soltanto del sottoscritto, ma di ogni essere senziente che abbia ancora il coraggio di indignarsi. Per cui, forza!, sostituiamo quella maledetta "G" con una nuova "J"... in fin dei conti è sempre la stessa lotta tra "matusa" e " 'ggiovani"... è sempre un problema di "Super Giovane", per parafrasare Elio e le Storie Tese... solo e sempre un problema di intelligenza vs. stupidità. Ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

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FRANCESCO CUSA “interview for "RADIONOTTE" 2005

Ritenete di essere soddisfatti del vostro ultimo cd?
- Non si è mai soddisfatti appieno di una seduta di registrazione, nel senso che spesso i tempi sono ristretti e bisogna far tutto di fretta per non gravare sui costi. Detto ciò, direi comunque di sì, nel senso che il rapporto tra le musiche e il progetto di fondo (concept script, relazioni tra elementi musicali ed extramusicali ecc.) mi sembra ottimale.
Da cosa avete tratto ispirazione per il vostro nuovo album?
- Come da copertina dagli scritti di Salinger, Frank Zappa, nonché dagli horror di serie Z, dai sequel televisivi tipo Twin Peaks per ciò che concerne Skrunch, mentre per quanto riguarda Switters dagli scritti di Tom Robbins e Wu Ming.Volete consigliarci qualche altro artista o band che ritenete importante e che ci volete raccomandare?
- Tutte quelle di Improvvisatore Involontario!!!eheh.. ( www.improvvisatoreinvolontario.com <http://www.improvvisatoreinvolontario.com/> )
Quali sono i vostri progetti per il futuro della vostra musica?
- Sicuramente creare delle subdole melodie ammorbanti, al fine di soggiogare i governi al nostro Verbo. Insomma lo scopo è certamente quello della conquista del pianeta.
C'è qualcosa del vostro nuovo disco che non vi soddisfa pienamente e che ritornando indietro avreste cambiato?
- Si, lo risuoneremmo tutto al contrario, o, meglio, non lo faremmo mai più.
Francesco Cusa

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